giovedì 29 dicembre 2011

Guardare con gli occhi di altri



Lampo di luce che scende, e illumina la scena un secondo prima che il destino si compia. San Matteo sdraiato, le braccia aperte quasi ad accogliere la spada che sta per colpirlo.
Da una nube un angelo quasi si scaraventa giù, per arrivare a donar la palma del martirio al santo, prima che questo muoia. Attorno tutti guardano atterriti il "dopo". Già sanno. Devono saperlo.

Così è richiesto dalla controriforma. L'iconografia deve contenere evidenti tutti i segni che ricordino la retta fede. Tutti. La scena del delitto è li, costruita, arricchita di tutto quello che aiuta a celebrare il divino. Esagerata, barocca in tutta la sua opulenza. Quell'angelo che scende dalla nuvola è ridicolo nella sua irrealtà iconografica. Un baldacchino iconografico, ecco.

Ma... ma in fondo, giusto a sinistra della spalla del carnefice, sul fondo, da dietro un sipario creato da una figura evanescente, spunta un viso. Non fa parte della scena, non di quella recita. No.
E' il Caravaggio. Si sporge, guarda.


E' disgustato dalla scena. Ma non atterrito, non inorridito. No, è un disgusto, un raccapriccio quasi dolente. Dover rappresentare questa pantomima per poter essere accettato, per non essere, una volta ancora, tacciato di vilipendio. Tutto come vuole il committente.
E la perfezione della macchina barocca, una delle più splendide mai rappresentate da un artista, l'artista stesso la guarda con spregio, con tristezza. Caravaggio non sta guardando il martirio: sta guardando l'opera da dentro, e la sente estranea. Fasulla.

Quanto diversa è da un'altra sua opera, questa si viva, vera, partecipata. Il martirio di San Pietro


La costruzione falsamente semplice, la X identificata dalla croce da una parte, e dai due uomini che la issano dall'altro. L'uomo in primo piano non si vede in viso, ma il culo, nello sforzo di innalzare il legno. I suoi piedi luridi, in primo piano. Veri. Il terzo personaggio, all'estremità della croce, è ancora lui, Caravaggio, ritratto in ombra. Partecipe dell'azione, questa volta. Il quadro è suo, è vero, questo è il suo modo di sentire la pagina delle scritture. Ovviamente la tela non viene accettata dal committente: blasfema.

Il bello è nell'invenzione che travalica la regola. Il capolavoro fatto con il bilancino viene giudicato dall'autore stesso, con quella smorfia di disapprovazione.

Il bello è in quei piedi luridi, esibiti come verità. E' nell'emozione raccolta guardando la tela, secoli dopo.


sabato 24 dicembre 2011

Interferenze

Lo scorso anno non feci l'albero di Natale, e non ricevetti alcun regalo.

Quest anno l'ho fatto.
Babbo Natale, non ti scordare però, eh?
















Oh, no! Interferenza sulla linea......


BUON NATALE A TUTTI!

mercoledì 21 dicembre 2011

Bellezza accecante

A me il Messiah piace. Acquistai l'esecuzione per me di riferimento che ero ragazzo. Karl Richter. Un cofanetto stupendo, la crocifissione di Dalì in copertina, potente e meravigliosa come la musica che conteneva.

Ieri sera l'auditorium. Mi aspettavo il solito organico ipertrofico, invece un'orchestra barocca superminimalista (violini I e II, quattro viole, due violoncelli, un contrabbasso, un fagotto, due flauti barocchi, un clavicembalo per il continuo, e due trombe quando servivano), e un coro di 16 elementi (4x4). Volume bilanciato, come ho poi sentito, ma ridotto per le dimensioni e per la pessima acustica della sala (perché non spostare la verdi al Dal Verme, che ha un'acustica splendida? mah...)

L'esecuzione ha avuto momenti di luci ed ombre. Un passaggio geniale, una ricerca accurata, forse addirittura leziosa, della sonorità. Bravi, comunque.

Però, anche se fosse suonato male, il Messiah è il Messiah. E come al solito mi ha emozionato, nel suo percorso di musica e religiosità. E a nulla serve riflettere sulle contraddizioni del testo, che ti portano a pensare che certe cose siano assurde. Quello che sta li dentro è musica, è cultura, è tradizione.

E mentre ascolto il coro lanciato in una delle magnifiche fughe a cinque voci, mi immergo nella bellezza accecante dell'arte.


domenica 18 dicembre 2011

Attese

Ho corso tutto il giorno. Mi sono regalato tre ore di spa semideserta. Ieri sera ho assaggiato vini notevolissimi. Ho fatto una pasta ai molluschi gustosissima.

L'albero l'ho addobbato. L'anno scorso la sola idea mi aveva dato il voltastomaco, pur sapendo che sarebbe stato l'ultimo natale con il camino. Ora quest'albero striminzito è lì, le sue luci multicolori che giocano. Gli anni scorsi ingombrava il salotto, davanti alla finestra del giardino, rispecchiandosi nelle luci che lampeggiavano fuori.

La mia irrequietezza si amplia. Braccia ampie per trasmettere ciò che forse con le parole non son capace di dire. Accoglienza senza voler sostituirsi, o limitare.

Lenzuola del letto cambiate, gesti consueti, di routine.
Attese, qualsiasi cosa succeda.


mercoledì 14 dicembre 2011

Papi?

Ieri sera, per contrastare la piccola colica renale che ha vivacizzato il mio ritorno a Milano da Firenze, sono uscito a cena con mia nipote ventunenne. Abbiamo 30 anni giusti di differenza, essendo lei nata nel mio stesso giorno. Si presenta agghindata normalmente, jeans extralarghi, golf ampio, senza un filo di trucco. Brava ragazza, mantiene un profilo molto basso uscendo con lo zio.

Mi citofona, prendiamo l'auto e andiamo in una pizzeria che mi piace molto. L'ingresso nel locale è sempre stato molto laborioso, si passa solo in fila indiana. Lei davanti e io dietro.
Il proprietario è lì all'ingresso. Non appena mi vede, comincia ad ammiccare. Il locale è mezzo vuoto, ci sono molti tavoli liberi, comodi per il servizio. Invece mi porta nei tavoli in fondo al locale, quelli più riservati. E ammicca, l'occhio lucido. Fa accomodare mia nipote, incominciando un teatrino di complicità e di sorrisini verso entrambi.
Allora lo prendo in disparte e gli dico: "sei proprio contento che son venuto qui a cena con mia nipote, vero?". Lui mi guarda, e mi fa: "Maddai, tua nipote!" e ammicca verso la ragazza. Questa gli risponde per le rime: "ma certo, è mio zio, cosa crede, che esca con uno che potrebbe essere mio padre?".

Tutto il ristorante si gira. Evvai, anche stasera abbiamo fatto la nostra porca figura :)



sabato 10 dicembre 2011

Acini

L'uomo non è fatto di solo spirito. A volte, magari spesso, lo spirito lo beve... E questa è la ragione per cui, dopo la visita culturale, ho deciso di inoltrarmi nelle regioni "votate" alla viticultura.
Complice una giornata stupenda, ho percorso le bellissime strade nel Chianti, e poi la via del vino da Bolgheri a Suvereto. Anche questo percorso è stato come immergermi nella bellezza, questa volta non dell'arte creata dall'uomo, ma in quella che la natura ci ha regalato, e che l'opera di generazioni di agricoltori ha aiutato.

Piccoli borghi medievali, boschi vestiti di colori d'autunno nonostante sia dicembre, piccoli antri nascosti. E poi le vigne, fiere della vendemmia conclusa, la potatura ancora da eseguire, le foglie già perse, piccoli grappoli rimasti sulle pergole. Scoprire che l'acino del sangiovese non è così buono da mangiare, mentre il nebbiolo è uno zucchero (ma di nebbiolo in Toscana non ce n'è..)

Grande vigna porta ad un gran vino. Ed ecco che mi si presenta la vigna di un grande vino: la perfezione della coltivazione è maniacale. Il terreno netto, i tralci allineati, l'irrigazione studiata in modo da garantire alla pianta la giusta quantità d'acqua anche durante le lunghe estati calde di Bolgheri. Ed ecco, il sole illumina d'oro la vigna, e brillano come perle nere gli acini rimasti sui tralci. Allungo la mano, e colgo qualche acino.
Piccoli momenti di felicità


venerdì 9 dicembre 2011

El xe beo..

Tante emozioni oggi. Commozione davanti ad alcuni quadri che non ricordavo di aver mai visto dal vivo, assoluta neutralità di fronte ad opere celeberrime.
Il sole che faceva capolino illuminando l'Arno con lame di luce sempre più resistenti, fino a trasformare la giornata in Aprile, per me che abito attorno a Milano. Il museo praticamente vuoto, molto comodo da godere. Incrocio la collezione della pinacoteca con la storia, e mi rendo conto del perché della sua ricchezza su alcuni periodi, e della totale assenza di altri. Ma, in fondo, la cosa non mi turba più di tanto.

Esco dal museo, e cammino con il naso per aria, guardando i palazzi del cinquecento, la loro armonia, la bellezza pura e severa. Mi dirigo al convento di San Marco. Mi emoziono sempre alla volta della scala che sale alle celle. Quando meno te l'aspetti, ti trovi innanzi un'annunciazione di una bellezza struggente. Il Beato Angelico. Ogni cella è decorata da questo pittore, prodromo del rinascimento. Ammiro rapito.

Accanto a me un gruppo di persone. La loro guida, un signore con qualche anno più di me, molto distinto, racconta con intelligenza i dettagli delle opere. Si, raffinato, senza dubbio.
Poi, improvvisamente, una folgorazione. Sta parlando in veneto! Non in dialetto, no. Sta parlando in veneto colto.Sta parlando con proprietà di arte usando una lingua che troppo spesso significa solo caricatura di grossolanità Un veneto senza le inflessioni provinciali (sarà di Padova o di Venezia?), con la fierezza della lingua. Un gruppo di persone piovuto nel nostro tempo dritto dritto dalla Venezia del Cinquecento.

Sorrido pensando come la cultura attraversi le forme, e scenda dritta nel cuore delle persone. Di quelle che sanno ascoltare e capire le emozioni.


giovedì 8 dicembre 2011

Qualunque cosa succeda

C'è un qualcosa di struggente nel trovarsi in una città d'arte, a cena, da solo. Ero lì, ponte Vecchio illuminato davanti a me, oltre il crudo di pesce che avevo sul tavolo. Il corridoio del Vasari nella sua bellezza severa attraversava il fiume. Nei tavoli più vicini alla vetrata, coppie che godevano lo spettacolo dell'arte, e dei loro occhi che si specchiavano vicendevolmente.

Io leggevo le email di lavoro sul telefono. Lottavo con l'astice. Guardavo la vita, ed il panorama. Domattina gli Uffizi mi aspettano, dopo tanti anni di assenza. Un bagno di bellezza, di arte unica al mondo. Un ottimo modo per distrarsi dal panorama non evidente del mio tavolino.

Mi piacerebbe poter guardar fuori dalla finestra tenendo per mano chi si emoziona per questo. Mi piacerebbe fiutare l'evolversi delle emozioni della compagna. Mi piacerebbe preparare il desiderio del ritorno in camera, mi piacerebbe guardare il fiume al buio, le pupille allargate.

Ho il mio libro. La luce fioca sopra il letto. La piazza dell'osteria di Amici Miei è qui sotto. Per le pupille aspetteremo. Qualunque cosa succeda...


mercoledì 7 dicembre 2011

La ci darem la mano

Arrivare in albergo 5 minuti prima dell'inizio del don Giovanni, sintonizzare il televisore craccando il codice, e sdraiarsi sul letto ad ascoltare la prima della Scala, non ha prezzo.

Soprattutto se ti raggiunge nel frattempo la voce che attendevi..

domenica 4 dicembre 2011

giovedì 1 dicembre 2011

Io so' io e voi non siete un cazzo

"Se le regole cambiano in corsa e un deputato fa causa allo Stato, credo che possa vincere". Così si esprime l'on. Mazzocchi riguardo al paventato aggiornamento delle regole di accesso degli ex parlamentari ai vitalizi.

Già, perché si vocifera che i parlamentari possano accedere al vitalizio solo dopo i 60 anni, invece che 50 come oggi, e che questi vitalizi vengano calcolati secondo modalità contributive e non retributive.
Peccato che contemporaneamente si stia discutendo di togliere le pensioni di anzianità a chi i contributi li ha pagati da una vita, facendo in modo che le pensioni di vecchiaia vengano erogate a partire da 65, 67 o anche 70 anni, e rigorosamente in modalità contributiva anche per coloro che hanno lavorato una vita con la regola - sbagliata, ma quella era la regola - retributiva.

Evidentemente per tutti i comuni mortali, secondo Mazzocchi, vale che si possano cambiare le regole in corsa, eccetto che per i parlamentari. Per loro no: un trattamento pensionistico scandalosamente privilegiato non è modificabile, è scolpito sulla pietra.
Beh, pietra: meglio sarebbe che fosse scolpito sulla lapide di questa classe dirigente da fognatura maleodorante.

Qui la notizia dal Corriere


mercoledì 30 novembre 2011

La decisione sulla propria fine

E' un post complicato quello di oggi. Prende spunto dal suicidio assistito di Lucio Magri, avvenuto ieri. Non si è trattata di eutanasia, no. Magri non era malato grave, non aveva una menomazione devastante. Semplicemente non voleva più vivere, non aveva più senso per lui la vita dopo la morte della sua compagna.
Molte persone risolvono queste situazioni con il suicidio. Che si tratti di farmaci, di armi, di cadute, comunque sia è la morte cercata. Magri l'ha cercata, con l'aiuto di un medico.

Non so se sia giusto coinvolgere un'altra persona in una scelta nella quale si ha il controllo completo. Sono tuttavia convinto che questa strada sia desiderabile nel momento in cui non si possa più procurarsi fisicamente la morte da soli, e tuttavia la si desideri. Penso ai casi Welby, a Coscioni, ma penso pure ai casi nei quali la vita è ridotta allo stato vegetativo.

Ho sempre detto alle donne con le quali ho avuto una storia d'amore che, nel caso mi trovassi in una condizioni di vita non corrispondente a ciò che sono, di aiutarmi a recuperare la dignità che mi compete. Una prova d'amore. Probabilmente durissima.

Io credo che ognuno abbia il diritto di decidere per se stesso. Nessuna scelta morale o religiosa altrui può valicare la libertà individuale di decidere - non sotto la spinta dell'emozione, ma dopo una riflessione ben meditata - della propria fine. E, in questo caso, di raggiungerla nel modo più sereno possibile.


lunedì 28 novembre 2011

Decadenza

Sabato sera ho sentito tre notizie di fila al tg, che mi hanno fatto riflettere. La prima parlava di Scilipoti e della sua conferenza stampa di presentazione di non si sa bene quale nuovo partito o associazione. Gli facevano compagnia Alfonso Luigi Marra e Sara Tommasi della quale si era lasciato trapelare che avrebbe allietato l'inaugurazione della nuova formazione politica con uno strip sul palco delle autorità. Invece si è limitata a mostrare le mutande ai fotografi.

La seconda notizia è che un deputato leghista ha argomentato che l'esistenza della Padania è certificata dall'esistenza del Grana Padano. Non ci son discussioni, da Sant'Anselmo in poi la prova ontologica ha fatto proseliti.

Ma la notizia più devastante è stato riportare con clamore che all'ENAV c'è anche chi non prende le mazzette, anzi, le denuncia. E questo dirigente viene nominato al tg, manco fosse l'ultimo esemplare del dodo, invece che dover essere la norma.

Ecco, tre notizie che ci fanno capire perché Berlusconi è stato il simbolo, ma non la causa, della nostra decadenza civile e morale. Persone come Scilipoti e l'idiota padano andrebbero cacciate dal parlamento a calci in culo, per decenza. Invece ce ne sono a mazzi, anche peggio di questi, la dentro. Ma fuori è anche peggio: se è raro come un animale estinto colui che rifiuta le mazzette, significa che la società è marcia, e la società siamo noi, non è il vicino di casa o quello che sta più a sud o più a nord. Significa che siamo il paese dove Libero Grassi viene considerato un rompicoglioni e non un eroe (sentito con le mie orecchie anni fa); che siamo il paese in cui si bada ai fatti propri e si chiudono gli occhi sulle illegalità altrui (come se l'illegalità non colpisse anche te). Significa che siamo il paese dove un tardoadolescente mononeuronico con lo sguardo svaporato nelle cuffiette sprinta per fregare il posto a sedere sul metro ad un anziano. Significa che non ci indignamo nemmeno se un incapace che è stato bocciato tre volte di seguito alla maturità viene premiato con un posto nel consiglio regionale lombardo, forse per non lasciar sola la signorina che fa l'igenista dentale.


venerdì 25 novembre 2011

Uno, nessuno, centomila

Ho trovato, su blog di persone che conosco dal vivo, due post che - casualmente allo stesso tempo - parlano di me. E una volta di più mi son reso conto che spesso ciò che viene percepito, ricordato, conservato di me è differente da persona a persona.

Anche con donne con le quali ho condiviso storie d'amore rimangono cose differenti. E talvolta nemmeno quelle che dovrebbero permettere di sorridere al ricordo.

Curiosa, la vita....


lunedì 21 novembre 2011

Impaziente attesa

Più passano gli anni, più mi sento un animale estivo. Mi piace indossare il meno possibile, anche nulla. Mi piace sentire il caldo asciutto addosso (non certo quello che si prova a Milano, quindi, ma bisogna farsene una ragione). Mi piace il sole alto. Mi piace il mare, e le ore di meditazione al sole con un libro in mano.

Ma anche l'inverno ha i suoi aspetti positivi. Qualche sera fa ho preso una manciata di castagne e mi sono fatto le caldarroste. Il profumo intenso di castagna arrosto per casa, in mano un bicchiere di Torcolato che non teme il contrasto con questo frutto una volta povero, e ora costosissimo.
Sabato sera ho messo la coperta di lana pesante sul letto. E' la dichiarazione ufficiale di arrivo del freddo. E' il piacere di farsi una cuccia calda, dalla quale non aver voglia di uscire al mattino. La sensazione atavica di letargo, di tempo che si allunga, di notti lunghe e fredde, di luci soffuse in casa che le pareti arancio riscaldano con gli aromi del bicchiere di Cardenal Mendoza.

E' inverno, oramai. Qui dove abito io, statisticamente entro un mese nevicherà. Fra un mese sarà Natale, il pranzo ogni anno sempre più esagerato, le nipoti che crescono e che dovranno trovar posto alla tavolata dove siedono "i grandi". L'altra nipote, che ho incontrato a teatro e che mi ha invitato a uscire a cena una di queste sere (finalmente, a ventun anni, la ragazza sta imparando come funziona il mondo... "mi" invita a cena fuori ;) ): probabilmente deve confrontarsi con lo zio su qualche cosa di spinoso - no, non cuore o sesso! matematica, suppongo....

Fra qualche giorno allestirò l'albero di natale. Sarà solo per me, un augurio per ciò che forse verrà da Santo Stefano. Lo so, sono impaziente, eh?


martedì 15 novembre 2011

Il soprabito verde salvia

Stamane due gradi. Dicesi due, nebbia inclusa. Improvvisamente - ma nemmeno poi tanto - l'inverno bussa, e io mi lascio cogliere impreparato al solito.

Esco di casa abbigliato come gli altri giorni. Non mi sfiora l'idea di improvvisare l'abbigliamento in funzione della passeggiata mattutina in maniche di camicia sul balcone, a godermi il sole che spunta. Effettivamente sentivo più freddo di ieri, ma non mi sono preoccupato più di tanto. Ho indossato il soprabito leggero, come faccio da una settimana, e sono andato in auto. Due gradi... accidenti. Forse il trench non è più adatto per questa stagione..

Il mio soprabito inglese. L'ho acquistato qualche anno fa, facendo una fatica matta per trovarlo. Appena l'ho visto ho capito subito che era mio. Un trench beige. Son tornato a casa soddisfatto.

Tempo dopo qualcuno mi ha detto: "ma che è quel soprabito verde salvia?" Verde salvia? ma di che cosa stiam parlando? E' un bellissimo trench beige, al più color caffelatte. L'ho presa come una battuta, un modo di prendermi bonariamente in giro.

Giorni fa ho incontrato casualmente un'amica che non vedevo da tanto tempo. Lavora per MiuMiu, immersa nel mondo della moda. Addosso avevo il mio splendido trench. Lei lo nota. Mi dice: proprio bello quel trench verde salvia...

Ora dovete spiegarmi: se il mio trench è verde salvia, cos'è quell'erba che io uso così a piene mani in cucina? Forse forse non è salvia? .......


lunedì 14 novembre 2011

Ma è finita veramente un'epoca?

E così, forse è la volta buona che finalmente l'Italia si libera della macchietta che la rappresentava all'estero. E' una buona notizia, migliore se non fossimo stati costretti al passo da questa situazione al confine del precipizio.
Di solito le scelte fatte con la pistola puntata alla tempia non sono poi così libere. A questa situazione siamo arrivati perché - ricordiamocelo sempre - c'è stata una maggioranza relativa di italiani che hanno votato il centrodestra nonostante il fatto che già nel quinquennio precedente non avesse combinato pressoché nulla, solo che allora non c'è stata la crisi tremenda che abbiamo avuto a partire dal 2009. E non dimentichiamo che, se votassimo oggi, un terzo degli italiani rimane convinto che siamo vissuti nel migliore dei mondi possibili (e magari per loro lo è veramente, mi viene il sospetto...).

Insomma, con il baratro che si avvicina ci attacchiamo all'ennesimo uomo del destino. Peccato che Mario Monti sia, oltre che un accademico di chiara fama, un advisor di Goldman Sachs e della Coca Cola Company. Niente di male, se non fosse che questa commistione fra banche d'affari e governi di stati nazionali, oggi come oggi sia quantomeno da guardare con sospetto. Niente di male, se non fosse che Mario Monti rischierà di essere l'esecutore di politiche decise altrove - e speriamo che mi sbagli!

Di sicuro quello del governo tecnico è un sollievo per tutti i partiti: nessuno avrà responsabilità sulle scelte impopolari che Monti effettuerà - e speriamo che fra queste scelte ci siano anche quelle che mirano a risanare un poco la giungla di escamotage per non pagar le tasse che i nostri governanti hanno consciamente distribuito per favorire una fetta di italiani a discapito di altri - e, se queste scelte saranno efficaci, tutti potranno attaccarsi una medaglia sul petto.

Ma che fare degli italiani che hanno scordato che cosa significhi "bene comune" o "nazione" o "società"? Di tutti gli italiani che si impegnano a non pagar le tasse - salvo poi essere i primi a lamentarsi che le tasse sono elevate? Se Monti avesse il coraggio di affrontare una riforma sostanziale del regime di tassazione, spostandolo dal reddito al consumo, e consentendo di portare in detrazione le spese anche ai dipendenti, si attuerebbe automaticamente quel circolo virtuoso che fa si che ogni italiano abbia l'interesse immediato che le tasse siano pagate, anche dall'artigiano.

Insomma, non è che mandando via Berlusconi si risolva il problema. Diciamo che mandiamo via uno che non voleva risolverlo, perché non era nel suo interesse. Quindi, alla fine, è stata una buona giornata, e speriamo che le prossime siano meglio, a dispetto delle previsioni non incoraggianti.

domenica 13 novembre 2011

All'improvviso quel silenzio strano fra noi

"Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi..."
E' da ieri pomeriggio che il flauto dolce di qualche ragazzino al piano di sopra tenta disperatamente di suonarla, non riuscendo ad andare oltre al primo verso.
Il flauto dolce, quello strumento che, per qualche ragione è considerato didattico nonostante sia abbastanza difficile cavarci fuori dei suoni aggraziati. Anche a me toccò il flauto alle medie. Ai tempi io suonavo già il pianoforte, anche se il mio sogno proibito (da mia madre) era e rimase il violino.

"le tue calzette rosse.."
oh, ce l'ha fatta a collegare le due righe... In una classe finimmo ad essere in tre che erano un po' portati alla musica. Qualche altro compagno sentiva invece il ritmo. Il mio professore, un ragazzo giovane e quindi idealista, decise di approfittarne e di mettere su un abbozzo di orchestrina. Visto che me la cavavo abbastanza bene con molte cose che emettevano suoni, decise che dovevo suonare il glockenspiel - che odiavo - mentre i miei compagni suonavano il flauto e qualcuno con il senso del ritmo si dedicava ai tamburelli.

E' bello far giocare i bambini cercando di avvicinarli a far musica. Che sia flauto, chitarra, un qualunque strumento, credo che sia educativo. Ma non basta, credo, far emettere suoni. Io penso che bisogna educare a capire, ad interpretare il linguaggio musicale.

Silenzio, al piano di sopra. Alla cantina buia non c'è stato verso di arrivarci. Mi viene voglia di ritrovare il mio flauto. Chissà dove l'ho riposto dopo l'ultimo trasloco. Sarà orrendamente secco, immagino.
Ma la canzone del sole continua a girarmi nella testa, con le sue allusioni, il suo significato, i suoi ricordi di spiaggia, di amici, di occhi negli occhi. Suonata da un flauto dolce che la rende quasi inintelligibile.


sabato 12 novembre 2011

Regressioni

Stamane ho ritirato le analisi. Sembra incredibile, ma è tutto a posto. Gli inenarrabili sacrifici culinari ai quali mi sono sottoposto (é incredibile la faccia tosta con la quale riesco a pronunciare questa frase senza scoppiare dalle risate) hanno bisogno di una ricompensa. Lo penso fermamente, a dispetto di quello che mi dicono innominabili parti del mio corpo...

Faccio la spesa. Natale è fra un mese, anche se guardando la giornata sembra distante una stagione e mezza. E siccome natale sta avvicinandosi, sugli espositori appaiono cose che normalmente non si vedono. I panettoni son già li, cioccolato in varie forme e sapori (oddio le scorzette d'arancia candite ricoperte di cioccolato amaro....). Salumi ricchi e grassi, formaggi dai profumi inebrianti.

Poi, mi giro, ed ecco... un piccolo scaffale attira la mia attenzione. I biscotti di mandorla morbidi, quelli con la ciliegia candita colorata dei colori più incredibili, rosso, verde, blu. E di fianco a queste delizie del palato, il trionfo: la frutta martorana. I miei geni del cuore del mediterraneo si scatenano in un applauso a scena aperta. Un piccolo rivolo di piacere mi inumidisce l'angolo della bocca.
Queste piccole meraviglie degli occhi e del palato, confezionate in una microcassettina da frutta, fanno bella mostra di sé, mi chiamano dal bancone e dai ricordi di bambino. L'ingenua dolcezza della frutta martorana si collega a quella di altri ricordi, a quegli spiedini di frutta caramellata che vendevano in spiaggia a Riccione negli anni 60, quella dolcezza semplice e sana del caramello che bagna gli acini d'uva, il contrasto fra lo zucchero e il brusco dell'uva di fine giugno, troppo presto per essere matura e zuccherina.

Scivolano nel carrello le confezioni di frutta martorana e di biscotti di mandorla. Ogni anno la storia si ripete. Ogni anno ritorno bambino, e mi entusiasmo per un sapore semplice, vero.

Il gentil sesso stia avvisato: questa è una vera e propria regressione alla fase orale....


venerdì 4 novembre 2011

Cattiveria

Ho letto una notizia atroce, fortunatamente finita bene. Un bastardo ha sepolto vivo un cane, rimasto sotto un cumulo di macerie per due giorni.
Il cane è stato salvato dai carabinieri, proprio all'ultimo.

Mi sono venute le lacrime agli occhi. Come è possibile anche solo immaginare una cattiveria del genere?

Il link alla notizia


martedì 1 novembre 2011

SingolarMente

Oggi è un anno esatto che vivo da single, e sono quattro mesi che vivo in questo appartamento. La mia bella casa ha già subito l'incuria del nuovo proprietario, che ha lasciato seccare molte piante del giardino, non sapendo gestire questo autunno secco ed anomalo.

Oggi c'è un sole malato, non è il giorno dei santi classico. Non c'è assolutamente freddo (ho le finestre aperte) e la musica che mi scorre dentro. Sabato scorso mi sono lasciato andare agli acquisti compulsivi, e ho colmato alcune falle discografiche che derivavano dalla divisione dei CD. In questo momento scorre il primo concerto di Brahms, una delle opere che adoro, nelle sue infinite sfaccettature, nel lirismo a tratti sconfinato. Un'opera che non sono mai riuscito ad ascoltare dal vivo con la stessa emozione che mi regala Gilels in questa esecuzione capolavoro, quei miracoli che accadono una sola volta.

Una sola volta. La mia vita è spesso stata una tensione al perpetuare dei miracoli. Cercare l'impossibile, il meglio, l'emozione pura. Qualcuno mi diceva che davo l'impressione di disinteressarmi, subito dopo un istante magico, di essere già oltre nella velocità dei miei processi mentali ed emotivi. Invece spesso è la tensione a perpetuare l'emozione, a scomporla, ad analizzarla per intuirne la magia, il segreto, e comunicarlo felice a chi mi sta vicino, spesso non accorgendomi di parlare una lingua comprensibile forse solo a me, o che la mia scoperta non interessa per nulla.

Ritrovare la stessa vecchia registrazione mi ha ridato l'emozione che avevo provato la prima volta che l'ho sentita. Diversa, forse più intensa, forse più profonda. Forse il segno che i miracoli non accadono una sola volta, ma che bisogna cercarli. Che non esistono miracoli, ma ricerca, ma apertura di cuore e di mente. DolceMente.


domenica 30 ottobre 2011

In forma di sonata

Vedo scorrere da giorni le immagini del disastro delle Cinque Terre. Fiumi di fango che ingoiano quelle zone che conosco, d'estate piene di vita e di fiori e di piante.
Piante che danno i loro frutti nella stagione dei diluvi, come queste pere. Queste pere piccole che ho comprato per rifare un dolce sempre uguale e sempre diverso. Un dolce d'autunno.

Le Cinque Terre. Quante volte vi sono transitato, quante emozioni ho vissuto in quei paesini nei quali le tonalità calde del rosso, dell'arancio sono la nota profumata. La nota del sole, del mare, del sorriso. Ho ricordi di giornate bellissime in quei carrugi, dolcezza che correva come miele. Dolcezza come vino passito, come sciacchetrà, come moscato.
Le mie pere cuociono nel moscato. Si lasciano andare nel sobbollire del vino, lievemente aromatizzato con la cannella e i chiodi di garofano. Il vino adagio adagio si ritira, fino a lasciare sul fondo uno sciroppo aromatico e dolcissimo, quasi zuccherino. Quello sciroppo fa da letto e coperta alle pere, prima che subiscano il bagno del cioccolato fondente, e la nevicata della panna montata. La dolcezza, come quella del sole di fine aprile su quella costa.

Il ponte sul Magra abbattuto. Qualche settimana fa ero li sotto, ad ormeggiare la barca. Il fiume era placido, sembrava ancora estate, i colori, i profumi, il suono tranquillo dell'acqua. Lo sciacquio dell'onda sullo scoglio di Vernazza. Il suo porto così piccolo, così accogliente. Era così dolce quel sole, che si concentra ora nel sapore della pera che sa di moscato. Dolce di autunno, dolce ogni volta uguale eppur diverso.

Vernazza tornerà a saper di sole, di rosso e di frutta. Come le mie pere.




venerdì 28 ottobre 2011

What a technology!

Stasera il "Flauto Magico" su Rai5. 20:30

Ma non ti pare che l'americano fa slittare la webex alle 18:30? Normale, no?

Fanculo.....


giovedì 27 ottobre 2011

Varsavia

Ieri sera ho visto in tv, massacrato dalla pubblicità, "Il Pianista" di Polansky. Un film sull'olocausto visto dalla prospettiva di una singola persona, della sua battaglia per la sopravvivenza. Ma anche un film sulla luce unica della musica, linguaggio comune fra persone, filo conduttore della storia nel film, e di quella della vita della persona alla quale il film si ispira.

Il film inizia e finisce con il notturno di Chopin, opera postuma. Pagina che stava nelle mie dita, tanti anni fa, e che ancora le muove alla ricerca dei tasti. E poi transita nella musica, quasi sempre Chopin, Polonia.
La Varsavia distrutta, vista a volo d'uccello, che conduce alla scena cardine del film, a quel concerto nella casa semidistrutta, alla fratellanza nella musica, come simbolo dell'anima umana.

E in quella scena, la Ballata 1. Un brano che sembra contenere tutto il dolore dell'oppressione, del delirio dello sterminio, della guerra. Un brano che mi commuove, sempre. Alle lacrime.


lunedì 24 ottobre 2011

The dangerous method

Sono andato a vedere il film del titolo. La psicanalisi è sempre stata nei miei interessi fin da quando conobbi, al liceo, il pensiero di Freud.

Valicare con la razionalità il confine dell'irrazionale, o dell'apparentemente tale, è sempre stata una sfida che mi ha acceso la mente. La vita mi ha poi costretto a vivere sulla pelle questa ricerca a tentoni, ad attraversare quella che io considero una palude che non voglio mai più vedere.
Ma questo film mi ha fatto risentire, in pillole, tutto lo sforzo, la ricerca, la frustrazione, i successi e gli errori. Mi ha fatto capire una volta di più che non esistono padrieterni e che tutti sbagliamo, per debolezza, sofferenza, paura, ignavia, superbia, prima che per cattiveria.

Del film dal punto di vista cinematografico non so dir nulla, né me ne interessa. Quel che conta, per me, è il messaggio, l'emozione. E quella è stata piena.


sabato 22 ottobre 2011

Feline jazz

Che la mia fidanzata pelosa fosse speciale già lo sapevo. Stasera però ho scoperto un altro lato particolare della sua felina personalità.

Me ne stavo bello rilassato sulla mia poltrona, lo sherry, due fichi secchi, un pezzettino di cioccolato e l'ultimo di Camilleri. Per accompagnare il tutto, musica. Stasera Bollani, con il DVD del suo concerto a palazzo Arconati a Bollate del 2009. Un bel incrocio di musica brasiliana e jazz, l'ideale per rilassarsi ed immergersi nella lettura.
Appena trovato il mio posto, ecco che compare lei. Mi punta, mi fa capire che vuole salire. Le faccio cenno di venirmi in braccio, e lei non se lo fa dire due volte.
Mi guarda, guarda la tv... e comincia a fare il pane sulla mia coscia. Ma non lo fa come al solito, no. Comincia come a danzare, segue il tempo della musica, dondola la testa. Non ci posso credere: le piace il jazz....

Ho allevato un mostro!


venerdì 21 ottobre 2011

Regina della notte

Sembra un epiteto per una donna fascinosa, che sappia farti sognare, diventar matto. Una donna padrona di sé stessa, che conosce come far perdere la testa agli uomini.

Niente di tutto ciò. La Regina della notte a cui penso è Diana Damrau. Una soprano tedesca, una donna molto bella, una voce fantastica. Non la voce da soprano verdiano, no. Una voce mozartiana, soprano agile, potente, cristallino. Di coloritura, come si dice. La Regina della Notte del Flauto Magico, per eccellenza.

Stasera canta alla Scala, recupero del forfait dato a settembre. Non son riuscito a trovare biglietti, anche se il programma non è particolarmente esaltante. Mi piace pensare, comunque, di applaudirla, stasera, con gli altri spettatori


Pizza e Tchaikovsky

Dopo tre giorni in giro, un rientro a casa tragicomico con i pantaloni in procinto di trasire a miglior vita prima di arrivare a casa, anche oggi giornatina piena assai, non molto lontano da casa, nella città dei Promessi Sposi.

Giornata stupenda, di quelle che ti spingono a proseguire verso il Resegone, mettere gli scarponi sotto alla giacca e cravatta d'ordinanza e partire per una camminata solitaria. Invece no, in un ufficio a discutere dei millecinquecento problemi sorti nel frattempo, delle misure correttive, dei tempi di messa in opera. Intanto scende la sera, e con lei le nubi sulla Grigna che vedo dalla finestra. E spero che la pioggia non mi accolga all'uscita.

Ritorno ad un'ora assurda, senza alcuna voglia di farmi la cena. Improvvisamente, voglia di pizza. Mi fermo dal miglior pizzaiolo della mia città, e me la porto a casa. Birra, pizza. Cena rapida.

La stanchezza richiede comprensione: un pezzettino di cioccolato, un pochino di sherry. Ma soprattutto il primo concerto per piano di Tchaikowsky. Il relax nella bergère è decisamente più rotondo, e la luce che proviene dalla lampada di fianco mi sorride.

Si, sempre più questa casa mi somiglia. Sapevo che bisognava aspettare il freddo...




(mi sono commosso ad ascoltare zio Herbert ed il piccolo Evgeny in questa interpretazione dai tempi alquanto inusuali, ma geniale)

martedì 18 ottobre 2011

Ago e filo

- Ehi, guarda che hai rotto i pantaloni!
- Davvero?
- Si, hai uno sbrago all'altezza del portafoglio
- Accidenti! E sono anche in giro per lavoro con solo questo paio....
- Ed ora come fai?
- Già, cosa vuoi che faccia?
- E' una situazione terribile
- No, non più di tanto. Darò qualche punto per evitare il peggio per questi due giorni che mi rimangono, e pace
- Ma come?! Sei un consulente di rango, dal cliente, e ti presenti con i pantaloni rattoppati alla bell'e meglio?
- Si. Quello che sono io non dipende da un paio di pantaloni. Se qualcuno me lo dice, ci faccio una risata sopra, e sdrammatizzo. Cosa vuoi che sia?
- Ma non è possibile!
- Si che lo è. Non ho alternative. Non ho il tempo per comprarne un altro paio, e non ho il modo di farmeli aggiustare, né ha senso. L'unica cosa realistica è fare quello che ho detto, e rendersi conto che, più che imbarazzante, la cosa può essere divertente. D'altronde, potrebbe diventare tendenza...

domenica 16 ottobre 2011

La dame aux camelias

Non c'è opera più emblematica di un certo tardoromanticismo da rosolio e velluto rosso che la dame aux camelias di Dumas. La trama, l'intrigo, l'amore che perde e vince, le passioni - tutto l'armamentario del romanzo d'appendice romantico. Eppure un'opera letteraria conosciutissima, apprezzata, saccheggiata.

Verdi ne trasse la trama per la Traviata. Anche questa fu un successo sconfinato. Traviata è l'opera più rappresentata al mondo, più amata, più citata. E' la sintesi del melodramma, la rappresentazione delle passioni umane esaltate al punto più alto, dove ogni aspetto è portato al massimo, all'eccesso.

La dame aux camelias ha una trama che, ridotta all'osso, è molto semplice: una donna di dubbia moralità (e quindi disprezzabile per la società ottocentesca) si innamora ricambiata di un giovin rampollo, e in un certo modo ne viene quasi emancipata. Ma il fato interviene per mano di qualcuno - il padre del giovine - che si oppone alla scandalosa relazione. Separazione, rabbia del giovine, rivalutazione agli occhi del mondo della dama, riconciliazione e dramma finale, la tubercolosi che la colpisce ed impedisce all'amore di trionfare.
Tanti temi in un turbinio di sensazioni forti e contrasti accesi. Un racconto saccheggiato a piene mani negli anni a seguire, prima da Verdi, poi dal cinema in una sequenza di rivisitazioni.

Ieri sera ho visto Moulin Rouge, con la Kidman - che ha uno sguardo che mi ricorda altri momenti. Non conoscevo la trama del film, ma non mi ci è voluto molto per ritrovare determinati percorsi. La dame aux camelias est la... Anche la scena del "l'ho pagata" sembra uscita paro paro dalla Traviata, in teatro invece che nel salone della bella società, ma il succo - il pubblico affronto - c'è tutto. Anche la tisi, strumento drammatico per eccellenza dei feuilletons, non ce lo siamo risparmiati, come il finale tragico.

Una storia pesantemente ottocentesca, eppure un successo planetario per questo film, salutato come la rinascita del musical sul grande schermo. A dimostrazione che, indipendentemente dallo stile con le quali vengono presentate, le passioni umane sono sempre attuali. E quando le si sa mostrare, le si sa far vivere, si tocca la sensibilità di chi ascolta.

martedì 11 ottobre 2011

Dal giornalaio

- Per favore, mi da il Corriere e l'Espresso?
- Certo.. ecco a lei
- Perfetto... per caso ha anche l'Occasione?
- Certo, guardi, è lì, di fianco all'espositore
- Quale espositore?
- Quello lì, nero, vede?
......

Clicca sulla foto per ingrandire.....

domenica 9 ottobre 2011

Dieta materna

- Mamma, sto cercando di perdere peso, e ho difficoltà a digerire cibi pesanti. Mi raccomando, fammi da mangiare qualcosa di leggero domenica, per favore.
- Non ti preoccupare, figliolo.....

....

....

....

- Vuoi sopra anche un po' del suo grassino di cottura?
- No, grazie mamma. Muoio già bene così....


sabato 8 ottobre 2011

Unicità irriproducibili

Mi capita spesso, quando sto vivendo un momento di felicità intensa, di dire fra me è me "ricordati di questo momento, conservalo nei tuoi ricordi come una cosa preziosa".

E' vero, sono momenti unici, di felicità profonda. Può essere un tramonto stupendo, il caldo del sole sulla pelle mentre in sottofondo si sente il mare, un sapore unico che non ritrovavi più da tanto tempo, può essere lo sguardo della donna che ami, un emozione piena di valore, un orgasmo particolarmente intenso.
Sono francobolli di storia della mia vita, che metto via, ritiro nella mia memoria.

Questi momenti, questi sprazzi di felicità, quasi sempre sono connessi a persone, ad attimi di vita. E spesso, quando apri l'album dei ricordi, ti rendi conto che anche le persone sono finite nell'album. Non sono più, per una ragione o per l'altra, con te; quei momenti non li potrai più rivivere con loro, e forse con nessun altro. Unicità irriproducibili.

Non so se sia una buona idea mantenere questo album. Forse lo è, ma non è una buona idea riaprirlo troppo spesso. Talvolta distrae dall'impegno di continuare ad arricchirlo, e di vivere invece che pascolare di ricordi...


mercoledì 5 ottobre 2011

Etichette

La puntata di questa sera di Passepartout su Rai5 era semplicemente geniale. Trovo che Daverio sia un dandy molto bravo a trasmettere cultura (non solo nozioni) con la leggerezza dei suoi papillons. Cerco di non perdere neppure una puntata di Passepartout, tante sono le gemme che sono distribuite durante la trasmissione.
Come dicevo, la puntata di questa sera era superlativa. Trattava di quel periodo di transizioni sovrapposte nelle tendenze artistiche che attraverso la fine del rinascimento, il manierismo per arrivare al barocco.

L'intelligenza di Daverio è quella di non fornire una risposta certa, ma di suggerire possibili risposte all'ascoltatore attento. Seguendo i suoi percorsi storici ci si rende conto sempre di più che le categorie nelle quali siamo abituati incasellare i periodi artistici sono delle sovrastrutture, spesso rozze, che usiamo per classificare e dare un significato scolastico ai fenomeni.

Classificare è una riduzione della realtà. E Daverio lo lasciava capire: rinascimento, manierismo, barocco si fondevano sia nel tempo, che nello spazio e nell'opera di ciascun artista, senza soluzione di continuità. La facile scolastica del Bernini barocco, ad esempio, veniva messa in discussione e rivista con gli occhi limpidi di chi vuole capire, e non etichettare.

In realtà io credo che i grandi artisti se ne freghino altamente di queste etichette. Loro seguono l'ispirazione, la loro ricerca, e l'interazione con il mondo intesse le loro opere. Solo cercando di capire questo tessuto si ha accesso al bello che loro volevano esprimere. E quel bello è poco incasellabile in un'etichetta per studente mediocre...


Sragionamenti mattutini

Avendo molto tempo in cui pensare, la sera quando vado a letto oppure al mattino quando mi sveglio e trovo solo un gatto nel mio letto, mi sono interrogato spesso sulle ragioni per le quali quest'estate ho scelto una vacanza così romitica.
Uno si dice: "hai buon tempo, non hai altro a cui pensare, evidentemente". Forse non è così. Credo che trovare le ragioni profonde di quella scelta sia fondamentale per capire meglio dove voglio andare.
Mi spiego: normalmente una persona come me, single non per vocazione, dovrebbe approfittare di questi periodi di libertà dalla vita stressante che lo accompagna nel quotidiano per provare a conoscere, per intrecciare amicizie e, magari, trovare qualcosa di più. Invece no: sentivo di aver bisogno di solitudine, senza capirne bene la ragione.

Sono sempre stato attirato dalla solitudine. Mi è sempre piaciuto vivere il mio tempo, i miei spazi, come un gatto. In effetti sono molto felino, e chi pensa che i gatti siano infidi non ha capito nulla: sono forse individualisti, o meglio, conoscono il loro valore, il loro tesoro, e lo scambiano solo con chi pensano possa apprezzarlo, e sono lesti a negarsi quando non vedono corrispondenza. L'effetto collaterale può essere una sensazione di snobismo, ma questo non importa loro, sono impermeabili ai giudizi altrui. Ti guardano, e dicono: "che vuoi? farmi due carezze? sentire il morbido del mio pelo sotto la tua mano? fai, ma non avrai altro da me".

La solitudine, dunque. E' una compagna pesante, ma in fondo scelta consapevolmente. E forse la vacanza di quest'anno aveva proprio questo significato: allenarsi ad essere soli, a non scambiare una parola. Chissà, non l'ho ancora ben capito. Ma una cosa mi è chiara: come i gatti, quando mi spendo, do tutto. Ma bisogna convincermi a farlo, ogni giorno. A pensarci bene in questa frase c'è tutta la mia storia. E probabilmente la mia vacanza.



martedì 4 ottobre 2011

Profonda leggiadria

- Hai sentito la notizia?
- Quale?
- Pare che i neutrini corrano più veloce della luce.
- Già.. pare
- Non ne sei convinto?
- Mah, non ne farei una questione solo scientifica. Ho letto Odifreddi, che ha tentato una spiegazione sestogradistica del fenomeno
- E?
- E niente. A volte le spiegazioni sono più ridicole della domanda
- Ridicolo Odifreddi?
- No, non lui, ma la spiegazione. E' un po' come negare sempre, anche quando sei preso con le dita nella marmellata...
- E quindi qual'è il tuo punto di vista?
- Il punto di vista è che, se effettivamente l'esperimento è corretto, ci troviamo di fronte ad un nuovo problema da testa in giù
- In che senso?
- Nel senso che gli schemi interpretativi che abbiamo, che hanno funzionato finora, non vanno più bene. Se ci pensi, è lo stesso approccio che ha guidato Einstein a sviluppare la sua relatività ristretta.
- Cioè?
- Che ne so? Io comincerei a valutare se il nostro concetto di tempo, e di sincronicità, non abbia bisogno di qualche revisione. E poi proverei ad uscire dalle quattro direzioni dello spazio, e valutare se le altre ipotizzate non possano spiegare questa differenza.
- Ma stiamo parlando di artifizi
- No, stiamo parlando di realtà. Solo che è una realtà che sfugge, della quale dobbiamo trovare le chiavi. In questo caso è una realtà fisica, ma sai quante volte perdiamo le chiavi e non riusciamo ad entrare?
- I neutrini non hanno chiavi. Entrano
- Si, ed escono anche. Solo qualche illustre pensatore credeva che fosse necessario un tunnel da Ginevra al Gran Sasso, e mi sa che davanti ad una cartina geografica avrebbe avuto notevoli problemi ad individuare entrambi....
- E quindi?
- E quindi non so che dirti. Solo che, se non abbiamo sbagliato nell'esperimento, abbiamo bisogno di qualcuno che, guardando il mondo da un punto di vista differente, abbia l'illuminazione. Abbiamo bisogno di menti libere dai preconcetti, abbiamo bisogno di profonda leggiadria.
- Cosa?
- Si, quella dei bambini, che non avendo schemi consolidati, si inventano spiegazioni originali. Ecco, abbiamo bisogno di quello....


domenica 2 ottobre 2011

A. come... famiglia

Ho ricevuto una mail firmata A. Il flusso dei pensieri è partito cercando di indovinare il nome nascosto sotto l'iniziale. E' un gioco che mi piace, sempre, come mi piace imparare, scoprire, capire.

Ma quella lettera, quell'iniziale aveva un non so ché di familiare. Piano piano salta fuori una storia di famiglia, una di quelle storie un po' ridicole, un po' folli, che però sono indicatori di certe stranezze caratteriali...

Stiamo parlando della fine dell'ottocento. Il mio bisononno abitava a Desenzano, una casa che, da piccolo, credo che mio zio mi abbia mostrato, in faccia al lago. Un casone grande, che allora doveva essere un'abitazione di gran lusso.
Il mio bisnonno doveva essere una gran testa. Narrano le res gestae che, povero in canna, studiò e si prese la laurea in legge a botte di borse di studio (non si può non osservare che allora, nell'Italia post risorgimentale e preindustriale, le borse di studio andavano veramente agli studenti meritevoli e bisognosi, mentre oggi servono per pagare la benzina al Cayenne a zucconi patentati), e poi, siccome gli piaceva, pure quella in lettere.

L'avvocato G.C. istruì la sua prima causa, e la vinse. Purtroppo per lui si convinse di aver difeso un colpevole e, dimentico del ruolo dell'avvocato che non deve giudicare ma difendere l'assistito, decise che il foro non faceva per lui. Si aprì dunque per lui una fantastica carriera da direttore di banca, e questo fece per tutta la sua vita.
Oddio, no. Fece anche altro. Qualcosa come otto figli. E un carteggio fitto fitto con il Carducci, che conobbe quando il poeta venne a fare il presidente della commissione di maturità a Desenzano.

Ogni professionista conserva nel suo intimo qualche tara professionale. Il mio bisnonno aveva il terror sacro dell'esattezza formale dei documenti ufficiali. Gli era capitato di aver visto dei problemi su documenti firmati usando l'iniziale del nome invece del nome completo, e questo errore formale doveva averlo tormentato alquanto, sicché, battezzato con il nome di Aldo il primo figlio, al secondo (una figlia), ebbe la fantastica idea: tutti i suoi figli dovevano avere un nome che iniziava con la lettera A. Ma il bisnonno era un cultore dell'antichità, per cui la serie dei nomi divenne:

  • Aldo
  • Ada
  • Maria (ma Maria non comincia con la A... qui si impuntò mia bisnonna, visto che la prozia nacque il giorno di natale, volle che avesse il nome della vergine)
  • Azzo (si, non ho dimenticato una lettera...)
  • Ave (maschio, non femmina)
  • Atto (non Athos, come lo chiamavano in molti, il mio nonno)
  • Amos
  • Ara Coeli (ma mia bisnonna si inferocì, e decise di chiamarla Anna, decisamente più praticabile. La cosa più buffa della faccenda è che Anna / Ara Coeli - quasi laureata in legge - incappò nel tragico errore di firmarsi Anna in qualche documento ufficiale, annullando le premure del fantasioso babbo)
Ora, quando vedo una A. puntata, non posso non sorridere e pensare a questa storia di famiglia, al bisnonno che manifestava quella vena di follia inventiva che poi si sviluppò nella sua progenie nelle forme più bizzarre e creative... e infatti, eccomi qui!

sabato 1 ottobre 2011

Non dimenticarti....

La prossima volta evita di mettere il prosecco nello shaker. Risparmierai una camicia, e non dovrai lavare la cucina.....



giovedì 29 settembre 2011

Non lasciarmi mai....


Per sempre tua. Miao....

Peccati

Ebbene si... l'ho fatto. Anch'io ho ceduto.
Mai avrei pensato di abbassarmi a fare una cosa simile. Ho sempre guardato con distacco e un vago senso di disgusto coloro che usufruivano di questo ritrovato della società dei consumi. Una cosa indegna. Inconcepibile.

Ieri sera ho ceduto. A mia discolpa devo dire che ero molto, molto stanco.....

Ho comprato l'insalata prelavata in busta. E, orrore, ho anche provato piacere. Sarà grave?


venerdì 23 settembre 2011

Saluto al mare

L'estate per me è cominciata con il trasferimento di una barca. Ora finirà con il percorso inverso della stessa imbarcazione.
Il meteo è buono. Non sembra neppure autunno, ancora c'è desiderio di sole, di calore, anche se l'umido acciacca già. Andrò leggero stavolta, niente pesanti cerate, niente stivali. Non è prevista una singola goccia di pioggia.

Il mare d'autunno, senza la folla agostana, senza le radio a palla sulla spiaggia. Il mare dal largo, luogo di silenzio (se tira il vento), di pace, di tempi lenti.
Questa volta saremo in tre, avremo il tempo di parlare, di cantare, di mangiare (già si pensa al caciucco di Livorno domani sera). Io avrò il tempo di starmi ad ascoltare.

Mi piace l'idea di aver il modo di salutare ancora una volta il mare, per di più nel modo più bello, dal suo cuore.


martedì 20 settembre 2011

Ha un suo perché...

Il tiramisù della mamma, lasciato a maturare quei due giorni, ha il suo perché....

Perché non dimagrisco nemmeno un etto. Ecco qual'è il suo perché..


Forza, Giovanni

Lo conobbi che non avevamo ancora trent'anni. Lui arrivato a Milano da poco, da quel paese dove in quasi tutte le case c'erano appese, una accanto all'altra, le foto di Berlinguer, don Primo, papa Giovanni e Stalin. Ci univano la curiosità e quello strano dialetto.
Qualche anno dopo, aziende diverse per entrambi, scoprimmo di avere una passione in comune, la vela. Ci iscrivemmo al corso per la patente nautica, facemmo l'esame assieme sotto il diluvio. Ammiravo la sua vitalità, il suo dinamismo anche sportivo: correre in moto (ma quando saliva in auto con me si spaventava se tiravo un po'), parapendio, deltaplano....
Crociere insieme, risate a non finire, chitarre canti e porcherie da mangiare. Poi, un capodanno, un litigio fra le nostre mogli. Qualche anno di allontanamento, poi un riavvicinamento diffidente.

Il lago sul suo UFO, la lotta a tenere sul filo della straorza quella belva scatenata. Eppure quel cameratismo che avevamo si era come spento. E quando rimasi solo non si fece sentire, forse per delicatezza, forse per non voler stare dalla parte di nessuno.

Oggi mi telefona la mia ex moglie. Mi dice confusamente che è in ospedale. Paralizzato. Incidente.
Uno stupido incidente, incredibile: schiantato in bici contro un'architrave.

Forza, Giovanni

domenica 18 settembre 2011

Intimità

- Cara, ti è piaciuto?


- Si, però adesso una bella sigaretta ci starebbe bene.....


(Vi presento la mia fidanzata. Inutile dire che si sente un essere umano...)

venerdì 16 settembre 2011

martedì 13 settembre 2011

Nozze d'argento

Venticinque anni fa. Una giornata calda, come quelle che stiamo vivendo in questi giorni. Ero giovane, fiero, sicuro. Avevo la vita davanti e la volevo.
Qualche anno dopo mi sono accorto che la vita era più complicata di quello che gli schematismi giovanili mi avevano fatto pensare, che richiedeva impegno, ma che ci si stava bene, in due. Piccoli passi, piccole costruizioni difficili.
Passarono gli anni. Le cose che non funzionavano le sapevamo, anche se a turno si faceva finta di non vederle. La vita intanto cominciava a negare un po' di cose, quelle che di solito accompagnano una vita in due.
Il tempo intanto ci cambiava: invecchiando alcuni lati del nostro carattere riprendevano gli spigoli che la forza dei vent'anni avevano smussato. Come si sa, i grossi problemi nascono dal tubetto del dentifricio, e ciascuno lo schiacciava in un posto diverso da quello dell'altro.

Errori di entrambi, e alla fine nessuna voglia di comunicare. Così i venticinque anni li si vivrà ciascuno da solo.

Giusto così.


domenica 11 settembre 2011

La macchina dei sogni

Dopo una serata un tantino lunghetta, stamane sveglia "standard" (leggesi: è sabato ma devo svegliarmi alla stessa ora degli altri giorni pur essendo andato a letto a ora tarda assai) per poter essere alle 10, puntuale e già sazio, davanti all'ingresso loggione della Scala.

Mi piace la Scala, devo ammetterlo. Ci ho messo 40 anni a riuscire a metterci piede, e ogni volta che ci vado bestemmio l'acustica del teatro, giusto per evitare di essere così preso da trovare tutto magnifico. Oggi ho colto la possibilità di visitare il "retro", tutto quello che fa funzionare quella macchina meravigliosa dello stupore. Un gruppetto di persone che in parte conosco, la maggior parte che non aveva mai messo piede nel tempio prima d'ora. Stupiti davanti al foyer (che a me sembra sempre francamente brutto), ignari del pessimo ma carissimo caffè che viene servito durante gli intervalli, meravigliati davanti al golfo mistico (e non si immaginano quanto sia bello ed ingegnoso il suo pavimento - l'ho visto inghiottire un gran coda nello spazio di qualche minuto, per risistemare l'orchestra dopo il concerto solistico), ma nulla a che vedere con la mia meraviglia ed ammirazione per il "dietro" del sipario.

Io non soffro la sindrome da pubblico. Ne avevo una paura folle la prima volta che mi sono trovato in una sala gremita, faro su di me e platea al buio (anche un po' rumorosamente sonnecchiante), ma non durò più di un paio di minuti. Da allora parlare in una sala gremita, invece di intimorirmi, mi provoca un senso di piacere. Eppure, quando mi sono trovato per caso sul palco degli Arcimboldi a teatro vuoto, ho avuto un senso di vertigine. Non so cosa voglia dire presentarsi sul palco della Scala gremita, ma penso che anche il mio sangue freddo avrebbe una discreta oscillazione termica. E lì, dall'alto della torre scenica, guardare i segni colorati delle posizioni dei cantanti ed immaginarli nella concentrazione e nello sforzo del canto, e dover stare pure attenti a dove mettono i piedi altrimenti quell'isterico del regista da in escandescenze - venisse su lui a cantare, che forse gli passano le uggie - ti ricorda quanta professionalità, quanto studio, quanta passione e piacere alberghi in tutti quei professionisti che, sul palco e dietro, fanno funzionare questa macchina dei sogni.



venerdì 9 settembre 2011

Ohibò!

Qualcuno che non son io legge il mio blog dall'iPhone. Son soddisfazioni :)



No, non penso sia lui....

domenica 4 settembre 2011

Ritorni dolorosi dal passato

A volte lo schifo ce lo hai vicino e non te ne accorgi. A volte ha il sorriso di una persona che hai conosciuto, con la quale hai passato tanto tempo anni fa, una persona della quale avevi una grande stima, con la quale avevi percorso della strada assieme. Ha l'aspetto di ricordi che non si vorrebbero mai sporcare, perché sono quelli puri della gioventù, quelli che vorresti sempre innocenti e sorridenti.


Venerdi sera, per caso, sento passare un nome nelle notizie del telegiornale. Nella danza del malaffare legato alle vicende di Penati viene nominato un mio compagno di liceo. Non c'è bisogno di molto per convincersi che si tratta di lui: quelle tre cose che raccontano nel notiziario calzano perfettamente con il suo profilo. Non lo vedo da circa quindici anni, e già allora era un professionista arrivato, mentre io mi arrabattavo con il mio stipendio. Non senza un briciolo di orgoglio me lo fece balenare, dicendomi con onestà che la sua laurea in parte la doveva a me, che l'ho tirato nei primi esami, nei quali non riusciva a prendere la misura del metodo. Io, quello che era considerato il fuoriclasse a scuola, surclassato da lui che era il più carismatico quanto a rapporti umani (per non parlare di quelli verso l'altro sesso!). Mi raccontò che era diventato un consulente ascoltatissimo dell'Esselunga, che seguiva tutte le politiche di insediamento di nuovi supermercati. Non ero così pollo per non capire che le "politiche" fossero le sue entrature nel mondo della politica, dove era entrato per gioco quando ancora stavamo facendo la maturità.

Da allora non lo vidi più, né mi curai di cercarlo. Le nostre strade si erano divise, tranquillamente. Ogni tanto mi tornava in mente, mi veniva la voglia di fargli una telefonata per andare a bere una birra assieme, forse pensando ancora al cameratismo da liceale, forse per la voglia di leggerezza a dispetto del peso del fisico e degli anni.

Poi, la notizia. L'ingegnere - come ostina per vezzo a farsi chiamare, conscio della fatica che gli è costata quella laurea - risulta implicato in un numero di imprese di dubbia correttezza. Una piccola ricerca in internet mi ha consentito di scoprire che è socio in almeno due società svizzere, con personaggi un po' chiacchierati (l'ho scoperto io in un'ora usando google, mi domando come mai le forze dell'ordine non ci riescano in anni...). Il ricordo di questo ragazzone allegro e magnetico (ricordo ancora quando eravamo entrambi sul tetto della casa parrocchiale ad aiutare ad alzare l'antenna della radio "libera", come si chiamava allora, che stavamo mettendo in piedi) si sporca di storie, di azioni che allora mai ci saremmo consentiti di immaginare.

E io, quanta merda avrò accumulato addosso a me con il mio invecchiare? Quanti errori ho compiuto? Per cosa?


martedì 30 agosto 2011

Dies Irae?

Mettiamo subito in chiaro una cosa: io non ho riscattato gli anni di università, né ho fatto il militare. Non ho quindi interessi da difendere in questa discussione. Oggi però mi sento fortemente indignato dalla manovra del governo sulle pensioni.
E' evidente che abbiamo problemi grossi, e che bisogna fare degli sforzi. E' altrettanto evidente che abbiamo una classe politica pletorica e francamente incapace, e che abbiamo una quantità di evasione che ci pone al livello dei peggiori paesi mondiali (altro che settima economia mondiale, lasciamo perdere).
In una situazione di questo tipo bisognerebbe dare un segnale forte, chiaro, su tutti i fronti. Invece oggi che cosa ha partorito il vertice di un nullafacente (Bossi) e di un pluriinquisito e pregiudicato (Berlusconi)? Una presa per il culo con l'abolizione delle province (invece di una legge semplice che le abolisse o ne riducesse drasticamente il numero - legge efficace da subito) mediante legge costituzionale, che sarà efficace fra due anni se tutto va bene (ma finirà prima la legislatura, e tutto ricomincerà dalla casella uno), e lo stesso vale per la riduzione dei parlamentari. Nel frattempo, attivo da subito, si truffa chi ha pagato - poco o tanto non è il problema ora - il riscatto degli anni di università, per poter andare in pensione più giovane, equiparandone l'età a quella di un diplomato.
Indipendentemente dal fatto che sia giusto o sbagliato consentire di riscattare gli anni di università - e lo stesso governo nel 2008 ha fatto una legge che incentivava l'operazione - la norma esisteva, il contratto fra il cittadino e lo stato era stato stipulato, e il cittadino pagava per avere quel servizio. Ora, questo se ne esce dicendo che si scherzava tutti, che chi ha dato ha dato, e finiamola lì. E, per assurdo, rifiuta di andare a prendere altri soldi da chi ha truffato la comunità esportando illegalmente capitali, sostenendo che era stato stipulato un patto fra lo stato e il contribuente infedele. Straordinaria logica: il patto va rispettato con il malfattore, mentre con il cittadino onesto no.

Nessuna azione concreta è prevista per il recupero dell'evasione: solo le fantasie populiste alla Calderoli, che non hanno un minimo di concretezza. Bastava fare un'indagine fiscale su chi, incrociando parametri già abbondantemente a disposizione della pubblica amministrazione, risulta evidentemente fuori media (indagine fiscale, non richiesta di pagamento. Non è detto che un'analisi statistica provi la colpevolezza, ma molto spesso permette di trovare un evasore altrimenti non identificabile). Già, bastava fare qualcosa del genere. Bastava dare ai comuni la possibilità di condividere il recupero dell'irpef evasa andando ad analizzare i tabulati (che sono pubblici ma non pubblicabili, chissà perché) delle dichiarazioni dei redditi. Quando Visco aveva messo su internet le dichiarazioni dei redditi, ho fatto alcune analisi a livello della cittadina dove abito, e ho scoperto cose allucinanti. Quanto potrebbe scoprire un comune incentivato al recupero dell'irpef?

No, ci becchiamo provvedimenti alla viva il parroco, che non passeranno perché anticostituzionali, e nel frattempo i mercati economici ci daranno la spintarella finale (già, perché sta schifezza non basta per coprire il fabbisogno). Di tagli agli sprechi veri, enormi, nisba.

Ma quello che mi stupisce di più è l'abulia degli italiani. Quanto rimpiango i tempi nei quali per molto meno si scendeva in piazza e si riconduceva a più miti consigli una casta di mandarini decotti - se non malfattori.



martedì 23 agosto 2011

Montagna

Il caldo oppressivo di questi giorni mi fa sognare la montagna. Io ci ho abitato in montagna, da bambino, per dieci anni. Ti forma il carattere, almeno un po'. Ti abitua al freddo intenso, alle estati dolci, ai percorsi obbligati e alla fatica delle salite.

Abito in pianura da moltissimi anni. Eppure questa voglia di montagna, di montagne, ogni tanto se ne esce. Il mio respiro non mi permette più le camminate leggere di una volta, né in fondo mi interessano più di tanto. Non mi piace la gara, il confronto, la meta. Mi piace godere, invece, quello che sa dare. Guardo con curiosità quelli che "oggi siamo stati qui, 3 ore di salita, 800 metri di dislivello, bla bla bla": io credo che non sappiano godere quello che hanno attraversato. Tanto vale, questi exploit, farli su un tapis roulant che consente loro anche di regolare millimetricamente le pendenze.

No, io credo che sia bello guardarsi attorno, fermarsi. Fotografare. Respirare quel profumo sempre diverso, ascoltare quel canto del vento nei larici. Allora credo che valga la pena salire per i sentieri, e la meta assume l'importanza non relativa alla fatica o alla conquista, ma per quello che ti sa raccontare.

Quest'anno volevo ascoltare una montagna. Anche stavolta non è stato possibile. Non tutti i percorsi sono aperti


sabato 13 agosto 2011

Letture della spiaggia

In sottofondo c'è love story. Che altro ci si può aspettare in un albergo la cui clientela è composta principalmente da tedeschi, tutti uguali. Coppiette trentenni con lei sempre molto carina, bionda, fisico da urlo e una certa ricercatezza nel vestire, mentre lui ha di solito quell'accenno di pancia che si svilupperà nei prossimi anni, e quello stile tamarro che i maschi tedeschi non sanno abbandonare.

In questo contesto, che lascerò domani, vorrei però parlare di libri. Ho colmato una lacuna e ho letto "il giovane Holden", dopo aver letto "alzate l'architrave, carpentieri. Seymour, introduzione". Beh, anche stavolta ho finito il libro con un senso di frustrazione. Non so se sono io che non possiedo le chiavi di lettura, oppure se le mie aspettative sono così diverse da darmi la sensazione di aver letto pagine imbrattate. La frustrazione è stata massima con "Seymour", nel quale ho riconosciuto un tentativo si stream of consciousness che però non ha molto a che fare con quello ben più strutturato di Joyce - che tuttavia mi annoia. Qualcuno mi parlava di ironia: ben poca ne ho trovata, e comunque forzata. Francamente la sensazione che mi sono fatta è che in fondo si tratti di uno scrittore enormemente sopravvalutato.
Soprattutto se confronto con un altro romanzo che ho letto rosolandomi al sole in questi giorni: la versione di Barney. Tutt'altra musica: sagacia, storia, analisi dei personaggi, trama. Un gran bel romanzo, anche se la soluzione del rebus è sbagliata, storicamente e tecnicamente. Lo consiglio vivamente.

lunedì 8 agosto 2011

Cardenal Mendoza

C'è snobismo nell'ascoltare le Goldberg in spiaggia, affondato on una buca antivento, con in mano un libro notevole?
Forse si. Oppure è solamente una forma di riappropriazione della vita. Ed ora, un Cardenal Mendoza nel bicchiere da brandy, vivo serenamente l'ennesima serata da solo in vacanza, pensando che in fondo la solitudine non è una novità per me.

Il profumo è intenso, potente. Dovrò procurarmelo per le sere d'inverno, libri musica e gatta. Una solitudine piena di compagnia. Di me stesso

domenica 31 luglio 2011

Un'estate che attende la neve

Quanti anni sono che non vai in vacanza da solo? Una vacanza intera, la Vacanza, intendo, quella d'estate, quella lunga...
Mi faccio questa domanda. Devo tornare indietro tanti, tanti anni. Devo ritornare ai tempi della mia tarda adolescenza, perché il periodo dell'università, ahimè, richiedeva l'estate attaccata ai libri per poter restare in corso, potendo usufruire di una misera settimana a cavallo fra fine luglio ed inizio d'agosto, se si riusciva, perché i professori di divertivano a mettere l'appello ai primi giorni di settembre.

Bisogna costruirsi le prospettive. Individuare i desideri, discernere le aspettative. Tutto questo è nascosto in quei libri che mi sono portato appresso. La chiave è chiarissima: leggere, ascoltar musica, prendere il sole, riposare. Ho scelto una meta che non mi offra il desiderio di girare per esplorarla, proprio per potermi mettere pigramente in spiaggia a non far nulla, se non leggere. La lettura come carica batterie, come piena contrapposizione all'ubriacatura del movimento, per preferirgli la consapevolezza del pensiero.

E' strano: è la prima volta da tantissimi anni che attendo con piacere le fredde giornate d'inverno, passate a leggere seduto nella bergère ascoltando musica.

giovedì 28 luglio 2011

Complicare per semplificare

Sembra che l'inventore del logaritmo, Nepero, ebbe la geniale trovata cercando un modo di semplificare alcuni calcoli. In effetti, una volta superato lo scoglio orribile della definizione - il logaritmo in base n di x è l'esponente a cui elevare la base n per ottenere x - si capisce che le moltiplicazioni diventano somme, le potenze prodotti. Bellissimo.

Negli anni 50 e 60 le calcolatrici elettroniche non esistevano (vidi la prima all'inizio degli anni 70, il display rosso e pochissime operazioni disponibili) e i calcoli ingegneristici si facevano con il regolo. Il regolo è lo strumento che applica l'idea di Nepero del logaritmo e la rende usufruibile con velocità.
Lo ricordo, il mio regolo. Mio padre me lo consegnò, avevo si e no dieci anni. Mi insegnò vagamente come si usava, non riuscendo a spiegarmi l'arte dell'utilizzo nei casi più raffinati. Nella sua custodia di pelle, questo regolo mi pareva un oggetto iniziatico, un simbolo di una setta strana di personaggi buffi che conoscevano cose nascoste.

Passò qualche anno. L'aula con i banchi di legno ad imbuto del politecnico. Il professore di chimica che faceva le esercitazioni e ci esortava ad usare il regolo per fare i conti. "Gli ingegneri non hanno bisogno di avere 5 cifre significative, ma devono invece avere la sensibilità sull'ordine di grandezza dei risultati dei loro calcoli, e quelle maledette macchinette ve la tolgono", diceva. Io, con la mia macchinetta programmabile mi sarei pagato le vacanze dopo qualche mese vendendo programmini per fare i conti dei calcoli di scienza delle costruizioni, ma recuperai quel regalo di mio padre del decennio precedente, e mi misi a competere con il prof a chi tirava fuori il risultato più accurato e più alla svelta. Aveva ragione il prof.: spesso complicare le cose aiuta a semplificare. Nella matematica e forse anche nella vita.


martedì 26 luglio 2011

Ha ragione Borghezio....

L'altro giorno, svuotando i cartoni con i libri che lentamente andavano a posto, me ne è capitato in mano uno. Rarissimamente ho buttato un libro, anche quelli onestamente brutti, ma questo l'ho gettato senza il minimo rimorso. Si trattava di uno degli ultimi libri della Fallaci, quella serie ossessiva di libri disinformati e razzisti che scrisse dopo l'attentato delle torri gemelle.

Manco a farlo apposta, poche ore dopo la strage del folle norvegese. Oggi un'intervista illuminante di Borghezio, immediatamente seguita dalla presa di distanza dello stato maggiore della Lega. Non c'è da stupirsi: Borghezio, nella sua allucinante intervista - nella quale sostanzialmente ci dice che dovrebbe essere "attenzionato" dalla polizia in quanto fotocopia il profilo dell'attentatore - disegna chiarissimamente qual'è la logica e la conseguenza delle idee razziste da lui propugnate, e sostanzialmente supportate dalla lega. Il ragionamento è lineare: c'è un problema di coesistenza nella società multietnica, qualche eroe decide che non basta combattere con la dialettica e va per le vie di fatto - magari esagerando un pochino, eh... - e quindi nascono queste situazioni, la cui origine sta nella scelta scellerata di pensare di far convivere etnie differenti.

Dai tempi di Aristotele la logica ha un suo perché, delle sue regole che ci consentano di validare un ragionamento oppure di bollarlo come fasullo. Un ragionamento parte sempre da un'ipotesi, un'osservazione. Qualunque ragionamento corretto basato su ipotesi campate per aria porta a conseguenze altrettanto bislacche. Il punto di partenza è che esista un problema di coesistenza nella società multietnica. Qual'è questo problema? Le differenti abitudini? Le diverse religioni? La predilezione per determinati cibi? Un comportamento generalmente poco rispettoso?
Per ognuno di questi punti si può discutere se si tratti di un problema effettivamente legato all'etnia, oppure se si tratti di una generalizzazione, oppure ancora di una conseguenza di una situazione oggettivamente difficile. Se un gruppo sociale fa fatica a campare, è provato che il tasso di delinquenza tenda ad aumentare, indipendentemente dall'appartenenza ad una determinata radice culturale (potrà cambiare l'incidenza, ma non la tendenza). Le differenti abitudini sono elementi che tendono a svanire nell'arco di una decina d'anni. Non c'è abitante del nord Italia della mia età che non ricordi la diffidenza - se non l'ostilità - verso i meridionali negli anni 60 o 70. Oggi è una cosa che oramai fa sorridere nella caricatura offerta da Aldo Giovanni e Giacomo.

In realtà l'ostilità verso lo straniero, verso il diverso, è una normale tendenza difensiva istintuale, è un retaggio del nostro essere animali territoriali (e la proprietà privata che è se non una territorialità transitata dal possesso della terra a quello dei beni?). Essendo una forza istintuale è molto efficace come leva demagogica: non è un caso che ogni regime, di qualunque tipo, ne abbia fatto un grande uso per poter identificare e materializzare un nemico, un catalizzatore dei malesseri sociali, un elemento di distrazione di massa.

Non è un caso che Borghezio, nella sua crassa ignoranza, dia per verità assodata l'esistenza di un malessere sociale. Meno evidente che, in modo più argomentato - e maligno - l'abbia fatto la Fallaci. Però entrambi sono stati molto rigorosi nel seguire il ragionamento basato su questo assunto: la Fallaci esortando alla guerra santa contro un Islam disegnato come li turchi del quattrocento (dimenticando ancora una volta che il motore dell'invasione turca, e della reazione europea, era eminentemente commerciale - ancora una volta il territorio...), Borghezio esortando a menar le mani per riprendersi ciò che è nostro (forse per questo anni fa decise di dar fuoco ai cartoni degli sbandati sull'argine del Po a Torino, e che importa se sotto di essi c'era un povero cristo che non andò all'altro mondo per un pelo).

Ciò che mi fa specie non è però il ragionare di Borghezio, ma il nascondere la mano di tutti i suoi che, pur propugnando le stesse tesi, non hanno il coraggio di trarne le conseguenze. Sotto questo aspetto, appunto, ha ragione Borghezio: lui almeno è coerente, molto meno chi lancia il sasso e nasconde la mano.

Per questo ritengo doveroso gettare il libro della Fallaci. Intelligenza usata in modo malvagio. La peggiore.