martedì 31 luglio 2012

lunedì 30 luglio 2012

Fette biscottate

Ci sono cose che denotano i differenti approcci alla vita. Una di queste è il modo con il quale si aprono le confezioni degli alimenti. La mia ex-moglie semplicemente sbragava la confezione, assolutamente incurante di come fosse fatta. La distruggeva. Era poi problema mio cercare di conservare ciò che rimaneva, se non si consumava tutto.

Il mio approccio invece è diametralmente opposto. Visto che qualcuno è stato pagato, ci ha pensato, ci ha lavorato sopra, mi par giusto provare ad usare il suo lavoro che dovrebbe essere stato fatto a mio vantaggio.
Stamane ho aperto una confezione di fette biscottate. So che dietro a queste confezioni c'è un mondo di studi, anche parecchio complessi, per far si che la tua fetta biscottata arrivi integra alla tua colazione, e non frantumata in tanti piccoli pezzi che poi - ebbene si - mi tocca ricomporre in un puzzle alimentare per poterla imburrare come si deve.
Insomma, prendo il pacco delle fette. Come prima cosa mi rendo conto che senza occhiali non sono in grado di vedere nemmeno lontanamente da che parte è stato previsto che si entri nello scrigno. Cerco gli occhiali, e provo. C'è una scritta: apertura facilitata, solleva qui. Ma non trovo nulla da sollevare. Guardo attorno alla freccia. Nulla. Poi mi accorgo di un intaglio nella confezione. Ma non c'è nulla da sollevare. Dopo aver rigirato per bene in mano la confezione mi decido. Caccio dentro un dito, e sbrago la confezione. Ecco, era così che si doveva fare, ma la dicitura è sbagliata. Non solleva qui, ma straccia tutto a partir da qui, anzi, infila il tuo dito e sbraga con voluttà. Questa dovrebbe essere la spiegazione, in quattordici lingue, compreso il sanscrito.

Stracciato il velo del tempio, compaiono due confezioni di fette. Richiudibile, sta scritto. Figo, ma per richiuderle bisogna aprirle almeno una volta. Come cazzo si fa per non disintegrare tutto? C'è disegnata una linguetta, ma ci vorrebbe un'unghia bella lunga per poter far leva... Guardo, sulla confezione non c'è scritto che sono richieste french extensions per aprirla, e non ho intenzione di farmi crescere quella finissima unghietta lunga sul mignolo, non per poter ravanare meglio nei pertugi, ma per aprire le fette biscottate....
Afferro un coltello affilato come un bisturi, e con attenzione sollevo la linguetta (qui che bisogna sollevare, non c'è scritto solleva... mah...). Leggo che bisogna togliere la protezione per richiudere. Protezione? Di che? Da cosa?
Con uno sforzo vedo un ovale incollato sul retro. Perfetto nelle proporzioni, ripete lo stilema della famosa azienda. Solo guardando la sua forma sai che lo fanno loro. Non c'è bisogno di dir altro. Apro, meglio, scappotto la confezione. Effettivamente le mie fette sono li, belle intere. Le depongo a rombo sul tavolo, quattro, prendo il burro e con attenzione le ricopro. Crack. Merda, una si è fratturata. Nella confezione le puoi prendere a calci, farle cadere dall'ottavo piano, e non succede nulla. Ma se le imburri, crack! Odio la fetta che si rompe da sola. Operazione incollatura. Un po' di burro negli interstizi è sufficiente a ridare una forma accettabile, ma la fetta sarà instabile quando la metterò in bocca, e frammenti cadranno, ovviamente dalla parte imburrata....

Richiudo la confezione. Una fierezza mi avvolge: funziona tutto. Ci ho messo un quarto d'ora ad aprire la confezione, ma tutto funziona come l'aveva progettato quel disgraziato che mi ha fatto far tardi anche stamattina!


martedì 24 luglio 2012

La musica in cucina

Cucinare per me è un'espressione di serenità. Ricordo, anni fa, mi piaceva cucinare, esplorare, provare. Mi piaceva ascoltare Gambero Rosso Channel, imparare qualche trucco, capire le basi, scoprire la magia degli accordi dei sapori. Sperimentare.

Poi, improvvisamente, persi molta di questa inventiva. Anche del desiderio di cucinare non solo per soddisfare la necessità di nutrirsi, ma per godere del cibo. Sapevo, e desideravo, mangiare in modo ricercato, ma non volevo più provare a farne. Una specie di distacco, di mancanza di ispirazione, come quella che anni prima aveva inaridito la mia vena musicale come esecutore - e che mai più si è ripresa.

Invece ieri sera ho ricominciato a cucinare, per il piacere di esplorare. Ho sbagliato qualche accostamento, il risultato non era all'altezza della mia aspettativa, ma improvvisamente le cotture sono andate a posto, il branzino al sale era perfetto, ancora umidino di mare ma perfettamente cotto, il pilaf cotto e non asciutto. Il sugo rosso invece non era equilibrato, bisogna lavorarci su un po', ma ho individuato un procedimento interessante.

Ci pensavo. Questi sbalzi di umore, di interesse nella cucina, seguono fedelmente altri sbalzi, altre oscillazioni nella mia vita. E ora, come se si presentasse un periodo propizio, sento di aver di nuovo voglia di inventare in cucina. Con una differenza sostanziale: il festeggiato sono io.


lunedì 16 luglio 2012

Fired

Ci ho messo quasi una settimana per trovar le parole. Stamane, nel tragitto casa-ufficio, ho cercato il suo numero e l'ho chiamato.
Sta diventando un rituale triste, questo. Chiamare i colleghi "fired". Che cazzo di termine di merda. Sparati, diremmo noi, uccisi. Ecco, così si dice. Stavolta è Domenico.

Carattere difficile. Eppure ci siamo annusati fin da subito. Quando dovevamo dire cose importanti abbassavamo la voce. Se invece ci azzuffavamo sul lavoro, l'alzavamo, lui con la sua cantilena di San Severo, che non ha perso dopo trent'anni che vive qui, io fanculandolo nel mio dialetto. E, quando la tensione si alzava, una battuta, una risata, e cercavamo il modo di trovare un equilibrio.

Non trovavo le parole. Alla fine solo due: mi dispiace. Ancora una volta ci siamo capiti. E ho sentito nella sua voce tutta l'amarezza dell'ingiustizia.



giovedì 12 luglio 2012

Insegnamenti

Le madeleines sono micidiali. Bisogna starsene lontani.

Questo è il vero insegnamento che raccolgo in due giorni di corso a Parigi.


mercoledì 11 luglio 2012

Che costume indosso oggi?

La spiaggia bianca. Il mare turchese. Sei li, nella libertà della natura. Il vento, lo sciabordio del mare. Il sole che ti scalda le ossa e la pelle. Tutta.

Ogni giorno succede diverse volte. Li riconosci da lontano. Coppia sui trent'anni. Si avvicinano, inizialmente con il passo sicuro di chi sta cercando il posto più bello dove mettersi. Poi improvvisamente rallentano. Guardano. Scruti le loro espressioni. Ti rendi conto che non sanno che fare. Andare avanti? Fermarsi? E se ci si ferma, che si fa?

Già, perché in spiaggia sono quasi tutti nudi. E loro non sono preparati a questo. Vedi la loro perplessità, e a questo punto, si aprono le diverse possibilità:
- Lui sorride a lei, incoraggiandola. La decisione può richiedere tempo, e talvolta la coppia attraversa la spiaggia, lui getta qualche occhiata dispiaciuta in giro, e vanno oltre
- Lei sorride a lui: la scelta non si discute. Lei parte sicura come per la conquista del polo, lui segue rassegnato come un animale condotto al macello
- Scuotono la testa, e passano sdegnati. Li riconosci perché guardano un non meglio precisato punto all'orizzonte, stando ben attenti che nemmeno per un secondo gli occhi, birichini, puntino sul corpo di uno qualunque dei bagnanti ignari della loro riprovazione...
- Li vedi che parlottano un po', si lanciano un sorriso di complicità, e si avvicinano.

Se è stato lui a convincere lei la scena seguente scorre più o meno così: lui punta il primo posto disponibile dove fermarsi, ma questo non piace a lei. Per una decina di minuti è un susseguirsi di "qui?" "no, li non va bene, il sole potrebbe oscurarsi dietro quel cespuglio rinsecchito", oppure "no, li si è troppo vicini a quella famiglia, mi da fastidio". Alla fine, dopo aver percorso la baia un paio di volte, lei si arrende e sceglie finalmente un posto dove stendere il telo. Di solito quello che era stato indicato per primo...
Lui depone con gesto plastico lo zaino, e fa per togliersi la maglietta, ma lei lo riprende subito, e pretende che prima lui pianti l'ombrellone e l'aiuti a stendere il telo. Il rito è quasi religioso: si spiana ogni singola piega, ogni granello di sabbia viene tolto con accanimento feroce. Lui gronda sotto gli abiti, lei controlla con polso fermo le operazioni. Alla fine lui è completamente sciolto, la maglietta pezzata di sudore, lei è fresca, quasi gelata sotto il cappellino (si, lei ha sempre il cappellino per proteggersi dal sole).
Lui si toglie, quasi si strappa disperato i vestiti, in 4 secondi netti è finalmente nudo, e nonostante sia accaldato, invece di gettarsi in acqua a rinfrescarsi, si tuffa sul telo a pancia in giù...
Lei comincia un'operazione che può durare anche un'ora. Si toglie il prendisole e comincia a ripiegarlo come se lo dovesse riporre nell'armadio perché la bella stagione è terminata. Poi estrae la busta dei cosmetici e comincia a spalmarsi le labbra di protezione solare, poi cerca una fascia per legare i capelli e ci lavora per dieci minuti buoni. Poi arriva il momento della crema solare, della quale si leggono almeno tre volte tutte le istruzioni. Si consulta il cellulare, poi si controlla che tutto stia sotto l'ombrellone. Ovviamente qualcosa non va, per cui si richiama il tuffatore sulla sabbia che si deve rialzare dal telo per sistemare l'ombrellone piegandolo esattamente di 13,5 gradi in direzione sudovest.
Alla fine, non essendoci più nessuna possibilità di azioni diversive, lei si slaccia il reggiseno. Lo prende, lo ripiega religiosamente, lo infila nella sua sacca da spiaggia, e per far questo deve estrarne l'intero contenuto, distribuirlo attorno a sé, per poi riporlo di nuovo nella borsa. Tutto questo lavorio richiede una bevuta d'acqua, che il compagno deve recuperare dallo zaino.
Dopo di che lei si marmorizza a fissare un punto situato pochi metri sopra la linea dell'orizzonte, e resta così, seduta rannicchiata, per un tempo imprecisato. Quando sente di essere divenuta un elemento del paesaggio, e solo allora, con mossa fulminea si toglie gli slip, e si immobilizza sul telo. Entrambi muoiono di caldo, ma prima di alzarsi da li per andare a fare il bagno passerà un'ora...

Il caso dei complici è molto carino. Scelgono il primo posto disponibile, oppure quello più defilato. Depongono le cose alla viva il parroco, e poi si fissano negli occhi. Immobili. Uno dei due comincia a togliersi un indumento, poi aspetta che l'altro faccia lo stesso. Una specie di ping pong. Ad ogni indumento spogliato, il loro sorriso si amplia. Giocano. Son belli.
Diversamente dall'altro genere, loro rapidamente si isolano mentalmente dal resto della spiaggia. Esistono solo loro, il loro gioco, il mare, il sole. Appena sono nudi, corrono in mare ad abbracciarsi, baciarsi, toccarsi.

E gli altri bagnanti? Beh, è logico: si godono il mare, il sole, il piacere della natura, e magari dell'amore.