martedì 10 aprile 2012

L'Aquila per me

Quattro o cinque anni fa mi capitava spesso di andare all'Aquila per lavoro. Ricordo una città che viveva il ricordo di una pioggia di facilitazioni statali che avevano consentito, negli anni 70 ed 80, di far partire in quell'area una primavera da silicon valley, da polo elettronico.
Le grandi aziende, le multinazionali, attratte dalle condizioni fiscali favorevoli, dalla presenza di un'università piccola ma efficiente, avevano investito, creato poli di ricerca e produttivi. Lavoratori capaci e volonterosi avevano fatto la differenza: conoscevo bene il carattere, la voglia di lavorare di tante persone, tanti clienti di quell'area.

A partire dagli anni 90 però cominciò il declino, prima appena accennato, poi sempre più precipitoso. Le grandi aziende si svincolavano dall'area, lasciando aperte crepe sempre più profonde nel tessuto economico.  Enormi stabilimenti smembrati e ceduti con procedure abbastanza torbide (il caso Italtel-Finmek è uno degli esempi, nel quale centinaia di lavoratori molto qualificati - la più avanzata fabbrica di schede elettroniche d'Europa - sono stati prima esodati, ed ora fregati dal cambio in corsa delle regole), persone estremamente qualificate private di ogni possibilità di utilizzare la loro specializzazione e messi di fronte alla prospettiva di migrare (per dove?) oppure inventarsi qualcos'altro per campare la vita.

Dicevo, tempo fa andavo spesso all'Aquila. Alloggiavo in un albergo, l'hotel Sole, giusto alle spalle di corso Vittorio Emanuele. Un palazzo antico, un'atmosfera accogliente. Uscivi a piedi e in due passi eri nel pieno della vita della città universitaria, locali dove potevi mangiare, ascoltar musica, divertirti. Da una stanza all'ultimo piano, una sera, discussi su Schicksalslied con una donna che sarebbe diventata molto importante per me.
L'albergo aveva un ristorante molto curato, una cantina fornitissima, e il maitre, un ragazzo giovane, amava dialogare con gli avventori. Imparò presto il mio nome, mi sentivo accolto come un amico. Una sera arrivai tardissimo a cena, ero stanco. Non c'era nessuno nel ristorante, così si fermò a parlare con me. Quando fu il momento di scegliere il vino, gli dissi che per quella sera ritenevo inutile una bottiglia intera, perché ero stanco e non avrei bevuto che un bicchiere. Lui allora mi disse: "senta, se non si offende, le farei una proposta: oggi a mezzogiorno son venuti dei clienti che hanno chiesto una bottiglia di Tignanello, e ne hanno bevuta solo metà. Noi la si userebbe per cucinare, ma è veramente uno spreco usare un nettare di questo genere... La vuole?". Per chi non lo sapesse, il Tignanello è un supertuscany estremamente costoso (e straordinario). Gli risposi di si, a patto che prendesse un bicchiere anche lui, si sedesse con me al tavolo, e si fermasse a chiacchierare, visto che il ristorante era deserto.
Così, quella che sarebbe stata l'ennesima cena solitaria della mia vita, si trasformò in un bellissimo colloquio con un giovane che cominciava la sua carriera da maitre d'hotel, vagando qui e la per l'europa.

Da tre anni quell'albergo è inagibile, chiuso nella zona deserta della città. Non so se sia rimasto lesionato, di sicuro è chiuso. Spero che di tutti coloro che lavoravano la dentro nessuno si sia fatto del male. Ma anche quell'albergo è diventato l'icona di una città che muore.




7 commenti:

lacasadilapo ha detto...

l'aquila per me è collemaggio, se dio esistesse abiterebbe lì. ironia della sorte, un nome che vola per un posto che sprofonda.

sed ha detto...

Schicksalslied... dici che è meglio bere un bicchiere di vino prima di provare a pronunciare questa parola così avara di vocali? :)

Ilmondoatestaingiù ha detto...

@lapo: collemaggio e il suo bellissimo prato... e un ristorante che amavo poco distante.
E non dire che penso sempre a mangiare! :D

@sed: un bicchier di vino va bevuto sempre, a prescindere :)
Se dico Canto del Destino suona meglio? :)

minnelisapolis ha detto...

L'Aquila per me è la città dei parenti col bar in centro, gita sempre rimandata. Parenti di origine irpina. Irpinia 80. Capisci come un terremoto può essere una strana storia che attraversa una famiglia.

Ilmondoatestaingiù ha detto...

@minnie: chissà, forse ci presi anche un caffè dai tuoi parenti...

Anonimo ha detto...

Conosco molto bene i posti e quella musica,nell'adesso, la bellezza che la tua descrizione gli ha dato come di foglia morta che,prima o poi, saprà sicuramente rigenerarsi. Qui sta piovendo come Dio vuole e comanda,ma domani,(forse) il sole e se non dovesse essere domani,sicuramente lo sarà.Mirka

Ilmondoatestaingiù ha detto...

@mirka: io spero che l'Aquila ritorni come prima. Anche meglio, se possibile. Non per le mura, per i monumenti (il Collemaggio citato da Lapo, la chiesa di Celestino V; la fontana delle 100 cannelle - guardacaso di fianco ad un ristorante eccezionale, e sempre li vado a parare), ma per la vita che vi scorreva. Una vita fatta di giovani universitari, di persone operose ma non disintegrate dalla follia dei tempi d'oggi.

Guardando la foto che ho trovato su internet, riconosco in primo piano proprio il tavolo di quella sera del Tignanello.

Un abbraccio, mirka