domenica 24 febbraio 2013

Il nipote di Rameau

Il nipote di Rameau è un opera letteraria in forma di dialogo, scritta dal filosofo e scienziato Diderot nella seconda metà del settecento, poco prima della rivoluzione francese. Diderot rimarrà nella storia per la sua opera più importante, icona dell'epoca dei Lumi, l'Encyclopédie, incarnando nella sua vita la formidabile ricerca che permeava la classe intellettuale francese dell'epoca, quella che ha dato il via a molte scienze, a rami nuovi della matematica, a visioni filosofiche, politiche e sociologiche che hanno improntato poi gli sviluppi dei due secoli seguenti.

Questo dialogo, nella forma e nei contenuti, non rappresenta nulla di rivoluzionario nel panorama culturale francese dell'epoca. Il saggio filosofico sotto forma romanzata era tipico dell'epoca (Rousseau, Voltaire hanno scritto le loro opere più famose utilizzando questa forma), e i temi trattati (l'etica, l'estetica, il bene ed il male) erano già stati affrontati dagli intellettuali e dai romanzieri coevi (oltre ai già citati filosofi, pure il marchese De Sade con quasi tutta la sua opera, Laclos con le Relazioni Pericolose, e così via..). L'originalità di quest'opera consiste nell'evidente sdoppiamento dell'autore nei due personaggi: Diderot stesso e Rameau. Partendo dall'impronta di un dialogo socratico (il filosofo che fa le domande al supposto discepolo, per metterlo in contraddizione), Diderot fa sgusciare Rameau - personaggio di poco onore, immorale, disonesto, tronfio della propria abiezione - dalle domande chiuse con le quali si pensa di mettere spalle al muro il guitto, fino a sconcertare e ribaltare la situazione. Il personaggio di Rameau è molto più complesso dei soliti personaggi da commedia morale, banali nelle loro virtù e vizi. Rameau è abietto e geniale, cortigiano e capace di affermare sé stesso, legato ad una morale "diversa", basata sull'utilità - e qui la preveggenza di Diderot è stata fulminante, intuendo gli sviluppi del pensiero filosofico, sociale e morale dei secoli seguenti al suo. Rameau è meravigliosamente sottile nell'estetica tanto quanto è paradossale nella morale, sottolineando la complessità reale di ciascun individuo, inclassificabile in una o poche categorie interpretative.

Un'opera difficile, quindi, pur se ricca di quella vivacità tipica degli scritti francesi settecenteschi. Un'opera ancor più difficile da rendere a teatro. Questa sera ho visto Silvio Orlando recitarla con lo spettacolo che sta portando in giro per l'Italia. Inizialmente mi sembrava avesse totalmente sbagliato registro, poi ho capito che la sua garbata cialtroneria era la chiave perfetta per interpretare l'opera. Io credo che si tratti di una grande prova, la sua, limpida ed efficace. Pur se si tratta di un ascolto non semplice, consiglio vivamente di andare a vedere questa messa in scena.


13 commenti:

Anonimo ha detto...

...Polonio (tra sè)Sebbene questa sia pazzia,pure c'è metodo in essa.(ad alta voce) Volte togliervi dall'aria,mio signore?
Amleto "Per entrare nella tromba? (Amleto atto II scena forse 2-Shakespeare)

Interessante analisi la tua.Ciao,Mirka

Ilmondoatestaingiù ha detto...

@mirka: la lucida follia è stata base di tante opere letterarie.
E' intrigante il labile confine che esiste fra la logica e la follia: spesso la seconda è logicissima, son solo le premesse che son campate in aria.

E ciò è vero in tutti i campi, anche in politica...

Bianca2007 ha detto...

...e qui siamo al campionario della celebrazione umana,politica inclusa.Mirka

minnelisapolis ha detto...

grazie ing.wikipedio ;)
il nipote di Rameau, la nipote di Mubarak; solo il nipote conosce bene lo zio.
oggi commenti sconnessi, sempre che si salvino, loro, i commenti.
Noi no.

Ilmondoatestaingiù ha detto...

@mirka: eh, si....

@minnie: io direi che di nipoti di mubarak oggi ne abbiamo visti a iosa.
E i commenti che si posson fare hanno strane espressioni....

Pellegrina ha detto...

Grazie di questo ascolto superbo. Una volta mi hanno definito il Nipote una rappresentazione del sottoproletariato intellettuale...

Ilmondoatestaingiù ha detto...

@pellegrina: giuro che questa proprio non gliela vedo addosso.. Mi pare una forzatura, soprattutto se si contestualizza l'epoca della stesura.. Eravamo nella fase della critica alla società nobiliare; quella borghese doveva ancora nascere..

Pellegrina ha detto...

Guarda lo dovrei rileggere, era un'osservazione fatta da un ragazzo a una ragazza entrambi di nemmeno vent'anni... ma a naso non escluderei l'esistenza di un corrispondente del sottoproletariato anche nel XVIII secolo. Ciò che esce dalle incisioni di Hogarth, dai testi di Defoe, ma certo presente anche in Francia, come lo vogliamo chiamare? Quello che mi ricordo del testo, ma è poco, era l'enorme senso di precarietà che al tempo (non sospetto) mi transmise la lettura. Capriccio, mendicità, parassitismo; apparire prima che essere, sapersi vendere più redditizio del saper fare: i trucchi di chi può sopravvivere solo scavandosi una nicchia cialtrona in un mondo convenzionale e sciocco.
Diderot del resto, della cui superiore intelligenza nessuno dubita, chiaramente, aveva fatto per tanti anni quella vita, animale da compagnia, fenomeno all'altrui tavola e altro, dormendo fin nelle stalle, facendo lo scrivano pubblico (Grub Street, ancora l'Inghilterra, oggi).

Ilmondoatestaingiù ha detto...

@pellegrina: ammazza, che argomento che hai buttato li! Le tue osservazioni sono tutt'altro che campate in aria. Io credo che da un lato si tratti di intendersi sul concetto di proletario, dall'altro sull'evoluzione storica.

Partiamo dall'ultima, che è meno opinabile. Hai ragione quando dici che un certo tipo di condizione sociale (miseria, inurbazione) era già presente nella seconda metà del settecento in inghilterra, frutto degli inizi della prima rivoluzione industriale, che è all'origine dell'identificazione della classe operaia come proletaria, ovvero di coloro che possiedono soltanto il loro lavoro ed i figli che lo perpetuino.
Che le condizioni dei proletari della seconda metà del settecento non fossero poi così dissimili da quelle dei braccianti rimasti nelle campagne è altrettanto vero: infatti la condizione di proletariato non definisce le condizioni di vita, ma lo status sociale (a tal proposito, consiglio la lettura del Manifesto del partito comunista di Marx-Engels, non richiede più di un'ora ed è strabiliante perché sembra scritto oggi per quanto riguarda l'analisi economica...).

Se accettiamo che sia lo status sociale ad identificare il proletariato, in Francia questo si sviluppa solo contemporaneamente alla rivoluzione, quindi nell'ultimo quarto del settecento (e dopo la stesura del Nipote).

Ma al di la di questi dettagli storici, secondo me il Nipote non parla proprio del proletario, e soprattutto del proletario del 700. E' un dialogo fra Diderot stesso (nel testo ricorda che anche lui ha vissuto periodi difficili) e un suo alter ego, che non vive del suo lavoro ma, come tu hai detto, vive da parassita, da cicisbeo della società aristocratica. Niente di più lontano dal proletario che possiede solo le sue braccia ed i figli: il Nipote possiede arti, intelligenza, conoscenza. Ed è all'interno di questo percorso che vive un ambito del vendersi più che del fare: è la rappresentazione da un lato della decadenza della società aristocratica francese del 700, dall'altro incarna un elenco di difetti da contrapporre alle virtù rappresentate da Diderot, ma con il gioco illuminista di analisi del personaggio che porta a scoprire che Rameau non è così indegno, e che c'è un Rameau in ognuno di noi, anche in Diderot stesso che, via via sempre più confuso, alla fine si rende conto che i suoi argomenti finiscono spesso per coincidere con quelli di Rameau, e conducono a conclusioni opposte pur se apparentemente logiche.

In questo senso secondo me il Nipote non è una rappresentazione del sottoproletariato dell'epoca (anche perché gli intellettuali, allora, erano mantenuti dalla classe aristocratica, alla stregua degli artisti: ospitare e finanziare un pensatore o un artista era quasi un obbligo sociale per la classe dirigente dell'epoca).

Pellegrina ha detto...

Beh, effettivamente è un pianeta molto vasto ;-)
Proviamo allora a stabilire delle coordinate.
1) Sottoproletariato. La definizione di "sottoproletariato intellettuale" del Nipote (che poi non è nemmeno mia...) era più una elucubrazione retorica, come dicevo prima, o un tentativo di definizione, che una dimostrazione scientifica. Ovviamente in senso stretto se non c'è proletariato non ci potrebbe essere nemmeno il sottoproletariato. E in Francia, poiché la borghesia vede il suo trionfo come classe appunto con la Rivoluzione, non si potrebbe perciostesso anticipare la nascita del proletariato. Quindi a maggior ragione bisognerebbe abbandonare il concetto di sottoproletariato. Dopodiché, tutte quelle condizioni di marginalità soprattutto urbana, tanto studiate nel secondo Novecento, e direi identificate appunto da Marx come sottoproletariato per un'epoca successiva, esistevano anche in Francia oltre che in Inghilterra, da molto tempo prima della Rivoluzione. Senza stare a ripercorrere la questione dell'enclosure inglese, come li definiamo costoro? Io prenderei a prestito, a costo di anacronismo, il termine "sottoproletariato". Probabilmente Marx non s'è proprio posto il problema, perché affaccendato a elaborare una teoria complessiva ben più vasta che stava in piedi benissimo senza questo dettaglio, oppure ne ha dato una definizione apposita, che io però non conosco.

2)Intellettuali di vario genere: certo la quasi coeva storia di Mozart la conosciamo tutti, così come la ricaduta di immagine e il riconoscimento sociale di un certo mecenatismo... ma forse il Nipote, nella prima fase della sua carriera, e non solo lui, naviga in una precarietà instabile, l'ospitalità dell'aristocratico non è certa, non fa parte di una "casa" e allo stesso tempo non riesce a essere indipendente. Questo potrebbe avvicinarlo a una condizione di marginale, che verrebbe ricompresa quindi nella definizione di sottoproletariato nel senso che spiegavo più su.

3)Ovviamente le sue conoscenze non lo rendono però assimilabile alla condizione di chi possiede solo la prole, quindi l'espressione utilizzata è "sottoproletariato intellettuale", proprio per rendere questa differenza.

Un parassita di questa società aristocratica è definibile così? Cioè con un termine che possa definire una condizione sociale in maniera più larga? Non so.

4)Per valutare gli aspetti più puntuali del dialogo cui tu ti riferisci, dovrei proprio rileggerlo, cosa che temo di non riuscire a fare prima di qualche tempo, ma a quel punto te ne riscrivo.
In generale, l'idea che si tratti di un alter ego è condivisibile, tenendo conto anche dei lunghi anni passati da Diderot in una condizione altrettanto instabile e precaria, vivendo di espedienti. Diderot, pace al suo splendido intelletto, non è che sia sempre e in tutto stato una gran persona. Che si sia creato un alter ego su cui riversare buono e cattivo dei suoi anni di galera (sì, ancora un'analogia anacronistica, mi sa che il mio cervello funziona così), è un'ottima idea tutt'altro che improbabile.


P.S.: l'idea del capitalismo che deve sempre più espandersi a livello sovranazionale fino a divorare sé stesso è di una attualità strabiliante. Peccato che le analisi marxiste siano ignote ai più e/o ripudiate ciecamente come il diavolo, perché al contrario oggi più che mai varrebbe proprio la pena di porsi la domanda se la sua teoria non fosse al contrario esatta.

P.P.S.: grazie mille delle due lunghe e belle lettere; poi ti rispondo anche in privato.

Ilmondoatestaingiù ha detto...

@pellegrina: grossomodo stiamo dicendo cose simili. Sono i dettagli più che altro che diversificano le due visioni.

Diciamo che l'indecisione è proprio sulla definizione di proletariato: se la interpreti come classe di gente che vive di stenti, allora è sempre esistito. Se la si interpreta come classe che possiede null'altro che il proprio lavoro, ancora una volta è sempre esistito. Se invece la consideri nell'accezione marxiana di classe lavoratrice che scambia con il capitalista imprenditore l'unica merce che possiede - il lavoro appunto - con il sostentamento, allora questa è più una classificazione che copre un periodo seguente.

Nello specifico di Rameau però non vedo questo scambio, anzi.

Pellegrina ha detto...

Ma infatti la questione non è se sia un "proletario": entrambi siamo d'accordo sul fatto che non lo sia; ma se sia possibile definirlo, data la sua condizione di marginalità, un "sottoproletario" (intellettuale, perdi più).
Concordo con l'interpretazione marxista di proletariato; mi chiedo però a questo punto, quella folla di marginali già preesistente e non cosciente, poi da Marx definiti giustamente "sottoproletariato" come andrebbe definita.

Ilmondoatestaingiù ha detto...

@pellegrina: la tua nota è piena di ragioni. Ma se già è laborioso concordare sul concetto di proletariato, su quello di sottoproletariato la definizione è ancora più sfumata. Nell'ottica marxiana il sottoproletario è colui che, per varie ragioni, non ha nemmeno la possibilità di alienare il proprio lavoro, divenendo un paria della società (ladri, truffatori, profittatori). Il Rameau non credo sia inquadrabile in questa categoria (se si accetta questa definizione, e non quella basata sulla precarietà della condizione di vita): Rameau possiede le proprie caratteristiche da alienare (non sono il lavoro di braccia, ma quello intellettivo); il problema è che non trova "lavoro", perché il suo acume è troppo anche per la società settecentesca aristocratica.

Certo, Rameau non sbarca il lunario, vive di espedienti, e queste sono aspetti da sottoproletario. Ma, rispetto alla definizione economica-sociale marxiana, Rameau manca delle caratteristiche principali del sottoproletario, ossia l'assenza di capacità da alienare. Rameau ne ha fin troppe: sa di musica, è arguto, è furbo. Rameau non è inquadrabile, e come alter ego di Diderot stesso, rappresenta un altro aspetto, peraltro vissuto, dell'autore. Nella tematica tipica settecentesca, d'altronde, il bene ed il male sfumano.....

Bello questo scambio di punti di vista, però....