Due donne, una signora con una piega perfetta che sottolinea la sua fascinosa maturità, e l'altra, più giovane e dallo sguardo da dura cerbiatta. Ci salutano, dopo il teatro, sotto la galleria del Nuovo.
Una serata così, un musical decisamente scadente. Ed ora si torna a casa. Loro vanno a prendere l'autobus, hanno lasciato l'auto lontana. Nel gelo della sera, attraversano San Babila. Fanno un po' di passi, e dolcemente si cercano le mani. Intrecciano le dita.
Le guardo avanzare, vicine e distanti fra loro. Vedo la leggerezza e la dolcezza del loro tenersi. Del voler essere coppia senza darlo troppo a vedere. Dello sfidare il giudizio altrui con un timido coraggio.
Io vedo solo un gran bel modo di stare insieme. Averle osservate in quei dieci secondi è valsa la serata. Ho invidiato loro il calore che emanavano.
giovedì 14 febbraio 2013
martedì 12 febbraio 2013
Pericoloso e tenero il volto dell'amore
Pericoloso e tenero
il volto dell'amore
m'è apparso la sera
d'un lunghissimo giorno
Forse era un arciere
con l'arco
o un musicante
con l'arpa
Non so più
Non so niente
La sola cosa che so
è che mi ha ferito
forse con una freccia
forse con una canzone
La sola cosa che so
è che mi ha ferito
ferito al cuore
ferito per la vita
E brucia come brucia
la ferita dell'amore.
d'un lunghissimo giorno
Forse era un arciere
con l'arco
o un musicante
con l'arpa
Non so più
Non so niente
La sola cosa che so
è che mi ha ferito
forse con una freccia
forse con una canzone
La sola cosa che so
è che mi ha ferito
ferito al cuore
ferito per la vita
E brucia come brucia
la ferita dell'amore.
Jacques Prévert - Pericoloso e tenero il volto dell'amore
domenica 10 febbraio 2013
Guardo negli occhi questo cielo azzurro
Per lunedì le previsioni danno neve, e anche tanta. Ma oggi il cielo è di una bellezza abbagliante: terso, luminoso, azzurro. Sembra già luce di primavera. Le giornate si stanno allungando, la gatta viene a svegliarmi già prima che suoni la sveglia. Devo riabituarmi a farle le coccole senza nemmeno svegliarmi.
Questa luce mi riempie, scavando contemporaneamente quel senso di vuoto da colmare, quella chiara sensazione di crescendo degli archi, con gli ottoni che si stanno preparando a gettarsi nel vortice del tutti per far esplodere l'orchestra, e vibrare lo stomaco sotto i colpi dei timpani.
Ma questo crescendo deve avere un tema. Deve seguire un percorso, avere un racconto da urlare. Ecco, è questa l'assenza che sento in me. Un tema flebile, lontano, che mi piace ma non so se potrà veramente sopportare il peso del brano. E' un periodo complicato, un po' come se rivedessi più del solito la mia vita in replay. E non basta fare cose, vedere gente, per distrarsi. Alla fine, solo con me stesso ci sono sempre.
A volte mi capita di leggere cose, anche poche parole, e il pensiero corre, rivisita la vita e le sensazioni raccolte. E spesso le assenze, totali. Ho letto una frase bellissima qualche giorno fa, nel blog di Verdeacqua. In un inciso diceva che aveva fatto l'amore con il suo compagno, quell'amore intenso, vero, di due che sono una squadra. Così diceva, proprio perché sottolineava che in quel momento dovevano far squadra, e la squadra c'era, e si esprimeva anche nel sesso.
Pensavo che, a dispetto dei cinque lustri di matrimonio, non ricordo un singolo episodio di questo tipo. La squadra ero io, e non per mania di protagonismo. E non c'era amore bello, intenso, a fortificare. E ancora più forte è la consapevolezza che questo tipo di sensazione nel fare l'amore l'ho avuta sempre quando la squadra - se mai c'era stata - si stava sfaldando. Eppure le anime, e i genitali di entrambi, durante l'amore, parlavano. Dio, come parlavano!
Mi chiedo dove ho sbagliato, cosa ho sbagliato. Non per recriminare, ma per cercare di evitare di rifare gli stessi errori, di ricreare gli stessi deserti.
Guardo negli occhi questo cielo azzurro. Domani, forse stanotte, nevicherà. Poi verrà la primavera, il caldo, il mare. Già mi stanno arrivando gli inviti in barca (finalmente!). Spero che almeno qualcuno di questi si trasformi in realtà. Gli stivali da barca nuovi, comprati l'anno scorso e mai usati, giacciono perplessi con tutta l'attrezzatura. Tutte cose belle, dovrei esserne contento.
Però io continuo a guardare negli occhi questo cielo azzurro, incurante del fatto che ad ore nevicherà. Gli occhi di questo cielo, azzurri. Lontani.
Questa luce mi riempie, scavando contemporaneamente quel senso di vuoto da colmare, quella chiara sensazione di crescendo degli archi, con gli ottoni che si stanno preparando a gettarsi nel vortice del tutti per far esplodere l'orchestra, e vibrare lo stomaco sotto i colpi dei timpani.
Ma questo crescendo deve avere un tema. Deve seguire un percorso, avere un racconto da urlare. Ecco, è questa l'assenza che sento in me. Un tema flebile, lontano, che mi piace ma non so se potrà veramente sopportare il peso del brano. E' un periodo complicato, un po' come se rivedessi più del solito la mia vita in replay. E non basta fare cose, vedere gente, per distrarsi. Alla fine, solo con me stesso ci sono sempre.
A volte mi capita di leggere cose, anche poche parole, e il pensiero corre, rivisita la vita e le sensazioni raccolte. E spesso le assenze, totali. Ho letto una frase bellissima qualche giorno fa, nel blog di Verdeacqua. In un inciso diceva che aveva fatto l'amore con il suo compagno, quell'amore intenso, vero, di due che sono una squadra. Così diceva, proprio perché sottolineava che in quel momento dovevano far squadra, e la squadra c'era, e si esprimeva anche nel sesso.
Pensavo che, a dispetto dei cinque lustri di matrimonio, non ricordo un singolo episodio di questo tipo. La squadra ero io, e non per mania di protagonismo. E non c'era amore bello, intenso, a fortificare. E ancora più forte è la consapevolezza che questo tipo di sensazione nel fare l'amore l'ho avuta sempre quando la squadra - se mai c'era stata - si stava sfaldando. Eppure le anime, e i genitali di entrambi, durante l'amore, parlavano. Dio, come parlavano!
Mi chiedo dove ho sbagliato, cosa ho sbagliato. Non per recriminare, ma per cercare di evitare di rifare gli stessi errori, di ricreare gli stessi deserti.
Guardo negli occhi questo cielo azzurro. Domani, forse stanotte, nevicherà. Poi verrà la primavera, il caldo, il mare. Già mi stanno arrivando gli inviti in barca (finalmente!). Spero che almeno qualcuno di questi si trasformi in realtà. Gli stivali da barca nuovi, comprati l'anno scorso e mai usati, giacciono perplessi con tutta l'attrezzatura. Tutte cose belle, dovrei esserne contento.
Però io continuo a guardare negli occhi questo cielo azzurro, incurante del fatto che ad ore nevicherà. Gli occhi di questo cielo, azzurri. Lontani.
giovedì 7 febbraio 2013
Divieto di compleanno
Leggendo le notizie online, stasera mi sono imbattuto, fra le altre, in questa straordinaria innovazione sanitaria proveniente dall'Australia. Per questioni di igiene, infatti, lo stato Australiano ha vietato, nelle scuole materne, di soffiare sulle candeline delle torte di compleanno.
I bacilli si diffondono più facilmente con il soffio, dicono gli esperti, e sicuramente è vero. Così facendo i germi dell'influenza, e di altre malattie si diffondono con maggior facilità. Probabilmente c'è un fondo di saggezza in tutto questo. Io però mi chiedo quante feste di compleanno facciano, al giorno, questi bimbi, e se nei loro giochi non mettano mai la bocca in contatto con oggetti, mani, visi, di altri bambini. Ma soprattutto mi domando se sia poi così naturale far vivere i bimbi che non hanno particolari patologie in modo asettico.
Non vale forse la pena di correre il rischio di un raffreddore pur di poter gioire di un momento di felicità con i propri amichetti?
E poi penso a questa mania di sterilità, di igiene al di la del muro del ridicolo. E penso che altro non è che la smania di asetticità che poi pervade anche i rapporti interpersonali. La paura di star male che poi ti impedisce di star bene, come sottolineava stasera Gramellini nella sua intervista alle invasioni barbariche, non è che la variante sentimentale della torta con le candeline, a ben pensarci. Solo che mentre questa ci appare evidente nella sua ridicola esasperazione, la sterilità sentimentale spesso è presentata come la panacea per l'equilibrio psicologico della persona.
Per quanto mi riguarda, io voglio soffiare sulla mia torta di compleanno. Più o meno così....
I bacilli si diffondono più facilmente con il soffio, dicono gli esperti, e sicuramente è vero. Così facendo i germi dell'influenza, e di altre malattie si diffondono con maggior facilità. Probabilmente c'è un fondo di saggezza in tutto questo. Io però mi chiedo quante feste di compleanno facciano, al giorno, questi bimbi, e se nei loro giochi non mettano mai la bocca in contatto con oggetti, mani, visi, di altri bambini. Ma soprattutto mi domando se sia poi così naturale far vivere i bimbi che non hanno particolari patologie in modo asettico.
Non vale forse la pena di correre il rischio di un raffreddore pur di poter gioire di un momento di felicità con i propri amichetti?
E poi penso a questa mania di sterilità, di igiene al di la del muro del ridicolo. E penso che altro non è che la smania di asetticità che poi pervade anche i rapporti interpersonali. La paura di star male che poi ti impedisce di star bene, come sottolineava stasera Gramellini nella sua intervista alle invasioni barbariche, non è che la variante sentimentale della torta con le candeline, a ben pensarci. Solo che mentre questa ci appare evidente nella sua ridicola esasperazione, la sterilità sentimentale spesso è presentata come la panacea per l'equilibrio psicologico della persona.
Per quanto mi riguarda, io voglio soffiare sulla mia torta di compleanno. Più o meno così....
lunedì 4 febbraio 2013
La Traviata
La Traviata è l'opera lirica più rappresentata al mondo. Una ragione ci deve pur essere, e probabilmente non bastano le sue celebri arie per giustificarne completamente il successo. Io credo che Traviata sia, in fondo, un punto di arrivo per molti aspetti teatrali, musicali e psicologici.
Innanzitutto, l'Opera. Il teatro dell'Opera è teatro con musica. All'inizio, dalla nascita con Monteverdi si trattava di teatro "accompagnato" dalla musica, il recitarcantando. La musica sottolineava l'azione teatrale, ne era in un certo modo dipendente. Nel settecento, con l'avvento del teatro che io chiamo borghese, ossia quello destinato all'imprenditorialità e non alla corte regale, la musica diventa l'elemento trainante, e la necessità di attrarre il pubblico porta allo sviluppo delle arie, sempre più complesse e melodiche, fino a che l'aspetto teatrale non diviene altro che la giustificazione per collegare le parti cantate. I recitativi, da svolgere in fretta, reggono lo svolgersi della storia, che sull'aria si siede, e dedica tempo ed energia per spiegarsi in un canto che poi può decretare il successo o l'insuccesso della messa in scena.
Comunque, l'Opera è innanzi tutto teatro, è una storia da raccontare. Traviata è una storia, una storia borghese, frutto dell'immaginazione di Dumas, che scrive la Dame aux Camelias, dramma in perfetto tono ottocentesco francese. Una storia potente, tant'è che viene presa come trama da più Opere, e anche oggi è stata utilizzata nella sua impalcatura, ad esempio dal film musicale Moulin Rouge (peraltro molto bello). Quindi, storia ottocentesca che è capace di parlare anche ai nostri tempi.
La musica. Verdi, a mio avviso, non è un musicista sublime. Abbastanza povero di idee musicali, alquanto ripetitivo nella stesura, aveva tuttavia una capacità credo unica: quella di saper "leggere" il libretto teatrale e "viverlo", non accompagnarlo né sovrastarlo, con la musica. Tutti i musicisti d'Opera hanno seguito percorsi analoghi, ovviamente, ma credo che Verdi avesse una capacità unica di fare osmosi fra musica e testo, con capacità sorprendente di sinergia fra i due. E' noto che, nella scrittura dell'Opera, Verdi richiedesse continue modifiche al libretto, proprio per seguire questo suo percorso creativo, per dare sensazione al testo e struttura alla musica.
La psicologia: il testo di Dumas era una storia coinvolgente, l'abbiamo già detto, ma una storia "altra", ossia, la storia dei personaggi. Verdi, con il librettista Piave, ha saputo rubare l'anima dei personaggi, e renderla un tutt'uno con quella di chi ascolta. Non è più una storia rappresentata, ma è la storia delle emozioni, dei dubbi, delle incertezze, delle incongruenze dell'animo e della passione umana, trasposta in teatro ed in musica.
La storia è presto detta: Violetta è una cortigiana (oggi sarebbe una frequentatrice di cene eleganti, insomma). Una donna che da un lato deve il suo successo alla mancanza di passione vera nella sua vita, dall'altra una donna che ha paura di queste passioni, ha paura della fragilità che porta l'amore, che ha paura ad abbandonarsi ad una gioia che le potrebbe essere negata. Alfredo è l'uomo che la desidera, un uomo innamorato, che la vuole conquistare. Teatralmente rappresenta l'evento amoroso. Attorno ai due personaggi brulica la vita: la società, con i suoi pettegolezzi e le sue regole e il denaro, il terzo personaggio dell'opera. Fra questi personaggi emerge Germont, il padre di Alfredo, che rappresenta l'ingerenza degli obblighi, della società, delle regole di vita, in una parola gli ostacoli dell'esistenza. Ecco fatto, il piatto è servito: dietro al dramma tutto trine e velluti dell'alta società, ci si ritrova nelle pulsioni eterne, nelle paure, nei lacci e negli ostacoli dell'esperienza di ognuno.
Lo sviluppo della storia, a questo punto, è solo funzionale ad una rappresentazione teatrale. L'identificazione fra il pubblico ed i personaggi è così forte che la storia diventa solo un elemento decorativo.
L'opera non fa a tempo a cominciare, che Verdi ci butta direttamente nella vita. Una cena, i pettegolezzi che corrono, gli sguardi e le mezze frasi fan da contorno al coro del brindisi, primo momento lirico dell'opera. Non a caso: è dalla società che escono tutti i vincoli e gli ostacoli, e le opportunità. Nella società Alfredo riesce finalmente a contattare Violetta (malata, ma questo serve per poter dare una chiusa tragica all'opera, come si addice all'Opera musicale italiana). Violetta vive un'emozione forte, diremmo un innamoramento, e Verdi le fa esprimere tutti i dubbi che ognuno di noi conosce. Nell'aria "Sempre libera" Verdi raggiunge uno dei punti più alti di sintesi teatrale musicale. Un canto lontano (il subconscio di Violetta) canta la canzone dell'amore, "Di quell'amor ch'è palpito". Lasciarsi andare, vivere il sentimento. Violetta ascolta, sembra scivolare, lasciarsi andare, ma poi la paura ha il sopravvento ("Follie!") e si libera nell'urlo del "Sempre libera", nel quale enuncia la sua decisione di non vivere un sentimento, ma di cogliere il bello da ogni fiore. Ma... malandrina si infila di lontano la voce di Alfredo che canta, lui pure, "di quell'amor ch'è palpito". Lo canta orgoglioso, felice, sereno, e Violetta sente l'animo dividersi.
Cambia la scena, e Violetta ed Alfredo vivono assieme, lontani da Parigi. Alfredo canta l'appagamento dell'uomo che ha trovato la donna della sua vita ("Dei miei bollenti spiriti"), ma il destino bussa alla porta. Germont, con la scusa che il futuro marito della sorella di Alfredo, saputo il suo legame con Violetta, rifiuta di sposarla per timore di imparentarsi con una donna chiacchierata, chiede a Violetta di lasciare Alfredo. Un po' con l'inganno, un po' con il convincimento, la convince.
A leggerla così, la storia è ridicola, ma il significato vero è che Violetta, e poi Alfredo, non sono capaci di prendere in mano il loro destino, le loro scelte, di affrontare le avversità, impersonificate da un Germont che spinge entrambi a piangere, e non a lottare per il loro amore.
Da li, tutto conduce al finale tragico, dove al capezzale di Violetta si riuniscono i personaggi dell'opera, con Germont che, convitato di pietra, firma il destino avverso di un amore che non ha saputo difendere se stesso.
Verdi riveste di colori potenti i vari passaggi psicologici. Nessun recitativo, solo quadri che assolvono anche il compito di far capire cosa è successo fra uno e l'altro. Musica che sottolinea efficacemente i differenti momenti dell'opera. Arie orecchiabili, com'era richiesto per il successo, e parti difficili e faticose (soprattutto per il soprano, costretto a cantare praticamente continuamente per l'intero primo e quarto atto. Ma soprattutto il maestro ha saputo estendere, con la musica, il significato dell'atto scenico, e scavarlo appieno a livello psicologico.
Come esempio, i dieci minuti continuativi del soprano alla fine del primo atto, la lotta fra l'abbandono al sentimento e la paura di questo.
Innanzitutto, l'Opera. Il teatro dell'Opera è teatro con musica. All'inizio, dalla nascita con Monteverdi si trattava di teatro "accompagnato" dalla musica, il recitarcantando. La musica sottolineava l'azione teatrale, ne era in un certo modo dipendente. Nel settecento, con l'avvento del teatro che io chiamo borghese, ossia quello destinato all'imprenditorialità e non alla corte regale, la musica diventa l'elemento trainante, e la necessità di attrarre il pubblico porta allo sviluppo delle arie, sempre più complesse e melodiche, fino a che l'aspetto teatrale non diviene altro che la giustificazione per collegare le parti cantate. I recitativi, da svolgere in fretta, reggono lo svolgersi della storia, che sull'aria si siede, e dedica tempo ed energia per spiegarsi in un canto che poi può decretare il successo o l'insuccesso della messa in scena.
Comunque, l'Opera è innanzi tutto teatro, è una storia da raccontare. Traviata è una storia, una storia borghese, frutto dell'immaginazione di Dumas, che scrive la Dame aux Camelias, dramma in perfetto tono ottocentesco francese. Una storia potente, tant'è che viene presa come trama da più Opere, e anche oggi è stata utilizzata nella sua impalcatura, ad esempio dal film musicale Moulin Rouge (peraltro molto bello). Quindi, storia ottocentesca che è capace di parlare anche ai nostri tempi.
La musica. Verdi, a mio avviso, non è un musicista sublime. Abbastanza povero di idee musicali, alquanto ripetitivo nella stesura, aveva tuttavia una capacità credo unica: quella di saper "leggere" il libretto teatrale e "viverlo", non accompagnarlo né sovrastarlo, con la musica. Tutti i musicisti d'Opera hanno seguito percorsi analoghi, ovviamente, ma credo che Verdi avesse una capacità unica di fare osmosi fra musica e testo, con capacità sorprendente di sinergia fra i due. E' noto che, nella scrittura dell'Opera, Verdi richiedesse continue modifiche al libretto, proprio per seguire questo suo percorso creativo, per dare sensazione al testo e struttura alla musica.
La psicologia: il testo di Dumas era una storia coinvolgente, l'abbiamo già detto, ma una storia "altra", ossia, la storia dei personaggi. Verdi, con il librettista Piave, ha saputo rubare l'anima dei personaggi, e renderla un tutt'uno con quella di chi ascolta. Non è più una storia rappresentata, ma è la storia delle emozioni, dei dubbi, delle incertezze, delle incongruenze dell'animo e della passione umana, trasposta in teatro ed in musica.
La storia è presto detta: Violetta è una cortigiana (oggi sarebbe una frequentatrice di cene eleganti, insomma). Una donna che da un lato deve il suo successo alla mancanza di passione vera nella sua vita, dall'altra una donna che ha paura di queste passioni, ha paura della fragilità che porta l'amore, che ha paura ad abbandonarsi ad una gioia che le potrebbe essere negata. Alfredo è l'uomo che la desidera, un uomo innamorato, che la vuole conquistare. Teatralmente rappresenta l'evento amoroso. Attorno ai due personaggi brulica la vita: la società, con i suoi pettegolezzi e le sue regole e il denaro, il terzo personaggio dell'opera. Fra questi personaggi emerge Germont, il padre di Alfredo, che rappresenta l'ingerenza degli obblighi, della società, delle regole di vita, in una parola gli ostacoli dell'esistenza. Ecco fatto, il piatto è servito: dietro al dramma tutto trine e velluti dell'alta società, ci si ritrova nelle pulsioni eterne, nelle paure, nei lacci e negli ostacoli dell'esperienza di ognuno.
Lo sviluppo della storia, a questo punto, è solo funzionale ad una rappresentazione teatrale. L'identificazione fra il pubblico ed i personaggi è così forte che la storia diventa solo un elemento decorativo.
L'opera non fa a tempo a cominciare, che Verdi ci butta direttamente nella vita. Una cena, i pettegolezzi che corrono, gli sguardi e le mezze frasi fan da contorno al coro del brindisi, primo momento lirico dell'opera. Non a caso: è dalla società che escono tutti i vincoli e gli ostacoli, e le opportunità. Nella società Alfredo riesce finalmente a contattare Violetta (malata, ma questo serve per poter dare una chiusa tragica all'opera, come si addice all'Opera musicale italiana). Violetta vive un'emozione forte, diremmo un innamoramento, e Verdi le fa esprimere tutti i dubbi che ognuno di noi conosce. Nell'aria "Sempre libera" Verdi raggiunge uno dei punti più alti di sintesi teatrale musicale. Un canto lontano (il subconscio di Violetta) canta la canzone dell'amore, "Di quell'amor ch'è palpito". Lasciarsi andare, vivere il sentimento. Violetta ascolta, sembra scivolare, lasciarsi andare, ma poi la paura ha il sopravvento ("Follie!") e si libera nell'urlo del "Sempre libera", nel quale enuncia la sua decisione di non vivere un sentimento, ma di cogliere il bello da ogni fiore. Ma... malandrina si infila di lontano la voce di Alfredo che canta, lui pure, "di quell'amor ch'è palpito". Lo canta orgoglioso, felice, sereno, e Violetta sente l'animo dividersi.
Cambia la scena, e Violetta ed Alfredo vivono assieme, lontani da Parigi. Alfredo canta l'appagamento dell'uomo che ha trovato la donna della sua vita ("Dei miei bollenti spiriti"), ma il destino bussa alla porta. Germont, con la scusa che il futuro marito della sorella di Alfredo, saputo il suo legame con Violetta, rifiuta di sposarla per timore di imparentarsi con una donna chiacchierata, chiede a Violetta di lasciare Alfredo. Un po' con l'inganno, un po' con il convincimento, la convince.
A leggerla così, la storia è ridicola, ma il significato vero è che Violetta, e poi Alfredo, non sono capaci di prendere in mano il loro destino, le loro scelte, di affrontare le avversità, impersonificate da un Germont che spinge entrambi a piangere, e non a lottare per il loro amore.
Da li, tutto conduce al finale tragico, dove al capezzale di Violetta si riuniscono i personaggi dell'opera, con Germont che, convitato di pietra, firma il destino avverso di un amore che non ha saputo difendere se stesso.
Verdi riveste di colori potenti i vari passaggi psicologici. Nessun recitativo, solo quadri che assolvono anche il compito di far capire cosa è successo fra uno e l'altro. Musica che sottolinea efficacemente i differenti momenti dell'opera. Arie orecchiabili, com'era richiesto per il successo, e parti difficili e faticose (soprattutto per il soprano, costretto a cantare praticamente continuamente per l'intero primo e quarto atto. Ma soprattutto il maestro ha saputo estendere, con la musica, il significato dell'atto scenico, e scavarlo appieno a livello psicologico.
Come esempio, i dieci minuti continuativi del soprano alla fine del primo atto, la lotta fra l'abbandono al sentimento e la paura di questo.
È strano! è strano! in core
Scolpiti ho quegli accenti!
Sarìa per me sventura un serio amore?
Che risolvi, o turbata anima mia?
Null'uomo ancora t'accendeva O gioia
Ch'io non conobbi, essere amata amando!
E sdegnarla poss'io
Per l'aride follie del viver mio?
Scolpiti ho quegli accenti!
Sarìa per me sventura un serio amore?
Che risolvi, o turbata anima mia?
Null'uomo ancora t'accendeva O gioia
Ch'io non conobbi, essere amata amando!
E sdegnarla poss'io
Per l'aride follie del viver mio?
Ah, fors'è lui che l'anima
Solinga ne' tumulti
Godea sovente pingere
De' suoi colori occulti!
Lui che modesto e vigile
All'egre soglie ascese,
E nuova febbre accese,
Destandomi all'amor.
A quell'amor ch'è palpito
Dell'universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.
A me fanciulla, un candido
E trepido desire
Questi effigiò dolcissimo
Signor dell'avvenire,
Quando ne' cieli il raggio
Di sua beltà vedea,
E tutta me pascea
Di quel divino error.
Sentìa che amore è palpito
Dell'universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor!
Solinga ne' tumulti
Godea sovente pingere
De' suoi colori occulti!
Lui che modesto e vigile
All'egre soglie ascese,
E nuova febbre accese,
Destandomi all'amor.
A quell'amor ch'è palpito
Dell'universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.
A me fanciulla, un candido
E trepido desire
Questi effigiò dolcissimo
Signor dell'avvenire,
Quando ne' cieli il raggio
Di sua beltà vedea,
E tutta me pascea
Di quel divino error.
Sentìa che amore è palpito
Dell'universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor!
Resta concentrata un istante, poi dice
Follie! follie delirio vano è questo!
Povera donna, sola
Abbandonata in questo
Popoloso deserto
Che appellano Parigi,
Che spero or più?
Che far degg'io!
Gioire,
Di voluttà nei vortici perire.
Sempre libera degg'io
Folleggiar di gioia in gioia,
Vo' che scorra il viver mio
Pei sentieri del piacer,
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
Sempre lieta ne' ritrovi
A diletti sempre nuovi
Dee volare il mio pensier.
Povera donna, sola
Abbandonata in questo
Popoloso deserto
Che appellano Parigi,
Che spero or più?
Che far degg'io!
Gioire,
Di voluttà nei vortici perire.
Sempre libera degg'io
Folleggiar di gioia in gioia,
Vo' che scorra il viver mio
Pei sentieri del piacer,
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
Sempre lieta ne' ritrovi
A diletti sempre nuovi
Dee volare il mio pensier.
venerdì 1 febbraio 2013
Sad Song
Sembra quasi bello, il tempo. Conoscendo i luoghi, so che fuori città ci deve essere nebbia. Me lo dice il velo sul cielo, quel velo che altro non è che la nebbia che il calore della città ha alzato, ma che fuori dai palazzi e dalle strade di sicuro torna a terra.
Esco sul balcone, in camicia, il caffè in mano. Penso che è la prima volta dall'inizio dell'inverno, penso che è buffo farlo nei giorni della merla, quelli tradizionalmente gelidi. Non sento freddo, forse non voglio sentire freddo.
Butto un occhio ai vasi, all'oleandro ristretto nella sua stasi invernale. Vedo che si trova bene qui, su questo balcone. Meglio di come si trovava nella casa di prima, quella nella quale accoglieva chi entrava dal cancelletto. Qui è riparato, prende più sole. Si è infoltito, è cresciuto. Mi piace.
Ripenso a chiacchierate con amici. Penso a quanto siano complesse le persone, a quanto complicato sia ciò che si agita dentro l'animo umano, alle forze che spingono in direzioni opposte, a quanto spesso non si sappia decidere il da farsi, strattonati fra pulsioni e ragioni contrastanti.
Ieri sera mi sono seduto nella mia poltrona. Con calma ho respirato. Ho guardato le cose disperse in giro da mesi, il disordine regnante, che rispecchia un po' il mio modo di essere, e un altro po' il disinteresse verso la casa, verso questa casa. E ho fatto scivolare un cd nel lettore. Mi è piaciuto lasciarmi trasportare dalla musica. Musica diversa dalla mia solita, ma piena di fascino, di messaggi, di complessità.
E mentre penso a questo, guardo le mie rose. Piccole gemme rosse lunghe un centimetro stanno sbocciando. La primavera sta arrivando, eccola lì. Prima le rose della magnolia.
Finisco il mio caffè. Un altro giorno mi aspetta.
Esco sul balcone, in camicia, il caffè in mano. Penso che è la prima volta dall'inizio dell'inverno, penso che è buffo farlo nei giorni della merla, quelli tradizionalmente gelidi. Non sento freddo, forse non voglio sentire freddo.
Butto un occhio ai vasi, all'oleandro ristretto nella sua stasi invernale. Vedo che si trova bene qui, su questo balcone. Meglio di come si trovava nella casa di prima, quella nella quale accoglieva chi entrava dal cancelletto. Qui è riparato, prende più sole. Si è infoltito, è cresciuto. Mi piace.
Ripenso a chiacchierate con amici. Penso a quanto siano complesse le persone, a quanto complicato sia ciò che si agita dentro l'animo umano, alle forze che spingono in direzioni opposte, a quanto spesso non si sappia decidere il da farsi, strattonati fra pulsioni e ragioni contrastanti.
Ieri sera mi sono seduto nella mia poltrona. Con calma ho respirato. Ho guardato le cose disperse in giro da mesi, il disordine regnante, che rispecchia un po' il mio modo di essere, e un altro po' il disinteresse verso la casa, verso questa casa. E ho fatto scivolare un cd nel lettore. Mi è piaciuto lasciarmi trasportare dalla musica. Musica diversa dalla mia solita, ma piena di fascino, di messaggi, di complessità.
E mentre penso a questo, guardo le mie rose. Piccole gemme rosse lunghe un centimetro stanno sbocciando. La primavera sta arrivando, eccola lì. Prima le rose della magnolia.
Finisco il mio caffè. Un altro giorno mi aspetta.
martedì 29 gennaio 2013
I giorni della merla
La gatta mi guarda fra lo stranito ed il seccato. Non è l'ora giusta per accendere la luce, di sicuro lei lo pensa, lo si vede dallo sguardo. Mentre sto per mettermi sotto la doccia - si, lo so, la doccia alle quattro e mezza del mattino farà incazzare qualcuno, ma quante volte mi sono incazzato io? - mi fionda fra le gambe, e si rintana nella sua cassetta. Non lo fa mai al mattino, evidentemente è una protesta.
Mi vesto, raccolgo le mie cose e scendo. Silenzio attutito, il manto della nebbia mi avvolge, quasi protettivo. Mi piace la nebbia, in piccole dosi. Mi piace quella sensazione di ovatta, di isolamento che ti regala, pur in mezzo agli altri. Mi piace meno stamane, che ho i minuti contati e l'aereo che mi aspetta. Già, l'aereo... se ce n'è così qui, chissà a Linate.
Salgo in auto, e adatto la mia vista - da lontano ci vedo, eh... - al biancore sotto i fari. Mi rendo conto che non sono così in ritardo, e soprattutto che la nebbia era curiosamente peggio in città che fuori. Mi rilasso, e cerco di godermela.
Accendo la radio, e cerco nella mia chiavetta USB un brano. Eccolo. Un concerto di Bach. Volume non troppo alto, il buio, la luce dei fari che riflette sulle gocce sospese, ed illumina con strani effetti ciò che sta all'interno dell'auto. Mi sembra di navigare, nel tempo e nello spazio, immerso nel manto dei miei pensieri, materializzato all'esterno. Le poche auto in giro sono quasi allontanate da questo vapore freddo, e la musica ed il filo dei miei pensieri fanno il resto.
E dopo poco tempo, la tecnologia mi ha portato nella primavera. Girare con indosso solo la giacca, durante i giorni della merla, è qualcosa che mi fa sorridere.
Mi vesto, raccolgo le mie cose e scendo. Silenzio attutito, il manto della nebbia mi avvolge, quasi protettivo. Mi piace la nebbia, in piccole dosi. Mi piace quella sensazione di ovatta, di isolamento che ti regala, pur in mezzo agli altri. Mi piace meno stamane, che ho i minuti contati e l'aereo che mi aspetta. Già, l'aereo... se ce n'è così qui, chissà a Linate.
Salgo in auto, e adatto la mia vista - da lontano ci vedo, eh... - al biancore sotto i fari. Mi rendo conto che non sono così in ritardo, e soprattutto che la nebbia era curiosamente peggio in città che fuori. Mi rilasso, e cerco di godermela.
Accendo la radio, e cerco nella mia chiavetta USB un brano. Eccolo. Un concerto di Bach. Volume non troppo alto, il buio, la luce dei fari che riflette sulle gocce sospese, ed illumina con strani effetti ciò che sta all'interno dell'auto. Mi sembra di navigare, nel tempo e nello spazio, immerso nel manto dei miei pensieri, materializzato all'esterno. Le poche auto in giro sono quasi allontanate da questo vapore freddo, e la musica ed il filo dei miei pensieri fanno il resto.
E dopo poco tempo, la tecnologia mi ha portato nella primavera. Girare con indosso solo la giacca, durante i giorni della merla, è qualcosa che mi fa sorridere.
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