"Dai, vengo giù sabato, e facciamo tutte le prove del caso. Fra poco la stagione comincia, e hai ancora la barca sventrata..."
Così, motivandomi con il trasferimento della barca da effettuare ai primi di giugno, mi convinco e decido di andare a Carrara dal mio collega, fortunato possessore di imbarcazione a vela. In realtà mi piace l'idea di andare a giocare con l'impianto elettrico, capire perché a fine settembre siamo rimasti con due batterie a terra dopo sole otto ore. Ma poi, in verità, mi piace l'idea di uscire da queste quattro mura e dalla routine del weekend tristolino, e di andare a sentire il mare.
Mi manca, il mare. Mi manca l'odore, il movimento. Ovvio, mi manca il clima, mi manca il sole. Ma quell'odore, quella sensazione che si massimizza nei porti, nei rimessaggi, è unica.
Mi piace la barca anche per l'odore, puzza direi. Immagino che per molti sia nauseabondo: un miscuglio di salsedine, di sentore di umidità, talvolta (poche!) anche di gasolio o più generalmente di motore. Mi piace trovarmici, anche se poi mi lamento dell'umidità che mi penetra nelle ossa. Mi piace sapere di poter contare solo su di me quando ci navigo sopra. Mi piace la sensazione di libertà totale che solo il mare ti sa dare. Libertà comunque condizionata, al tempo, al vento, agli elementi, alla fortuna.
Piove. Annuso l'aria, libeccio. Sarà brutto ancora per giorni, inutile sperare nel sole. Per fortuna mi son portato la cerata: anche se lavoriamo sottocoperta, ci sarà bagnato ovunque, e ci sarà da uscir fuori e rientrare più e più volte.
Il collega ha già mezzo sventrato l'arredamento interno. Il casino è totale. Mi fa vedere lo schema dell'impianto come lo ha rilevato i giorni scorsi. Cominciamo la ricerca dei guasti. Un gioco da fare con l'attenzione delle cose serie. Sostituiamo cavi. Predisponiamo le modifiche. Misuriamo, proviamo. Attacca, stacca.
Un giorno dentro in una barca sull'invaso. Ne emergiamo a sera, puzzolenti ma sapendo di aver portato avanti per bene il lavoro. Non ho voglia di rimettermi in auto per tornare a casa. Usciamo a cena, e poi ancora a discutere delle varianti possibili. Poi dormo dal mio collega.
Al mattino ritorno a casa. Sul mare si apre uno spiraglio di sole. Sulla Cisa il diluvio. Il mare, dentro.
martedì 17 aprile 2012
lunedì 16 aprile 2012
Arte totale
L'ultimo posto disponibile. Balconata. Quel concerto non me lo volevo perdere per nulla al mondo. Il programma si presentava interessantissimo: non capita ogni giorno di ascoltare nello stesso concerto i Quadri di un'esposizione di Mussorgskij prima in partitura originale per pianoforte, e poi nella sontuosa orchestrazione di Ravel.
Domenica pomeriggio, sotto la pioggia, mi presento all'auditorium. Raggiungo il mio posto, meno peggio di quello che mi aspettavo. Si presenta il pianista, e con lui il gioiello: l'esecuzione si coordinerà con un filmato di animazione di Kandinsky, in un esercizio di arte totale. Mi piace l'idea.
I Quadri li conosco bene. Stanno nelle mie dita da quando ero adolescente. La mia povera tecnica non mi permetteva di eseguire Limoges, les Tuileries, il balletto dei pulcini, ma tutto il resto lo sciorinavo anche bene. Tuttora le mie dita ne inseguono gli accordi non appena attacca la promenade.
L'accoppiata di immagini e musica è sconvolgente. Le geometrie di colore di Kandinsky interpretano magnificamente le sbilenche strutture musicali dei Quadri, ne addolciscono le asprezze, e quasi fanno dimenticare la non perfetta serata (e tecnica) di Michail Rudy, il pianista russo che ha recuperato questo filmato di animazione di Kandinsky e ha piegato la sua interpretazione ai tempi dettati dalle immagini (con risultati non sempre all'altezza dal punto di vista musicale, a mio parere).
E' stata però un'esperienza molto interessante per la sua singolarità, anche se di sicuro come pura interpretazione musicale siamo anni luce dal cristallo di Kissin, qui sotto
Terminata l'esecuzione di Rudy, il palco si popola di un organico orchestrale ipertrofico. Prima la Notte su Monte Calvo, e poi la versione orchestrale di Ravel dei Quadri.
Avevo 14 anni. Ero un ragazzetto in vacanza in Francia. Con due miei amici ci ritrovammo in un negozio di dischi, i bei vinili di allora. Uscì fuori quel disco, i quadri diretti da Karajan. Chiedemmo di ascoltarlo: ci fecero sentire la coda dei Quadri, in una sala d'ascolto meravigliosa. Comprai quel disco: credo fosse il mio quarto o quinto disco di musica classica. Ideale per dare emozioni forti.
E domenica, quarant'anni dopo, più o meno, mi sono trovato per la prima volta con l'orchestra dal vivo e questo brano. Trascinante, emozionante, come quando ero ragazzino.
Domenica pomeriggio, sotto la pioggia, mi presento all'auditorium. Raggiungo il mio posto, meno peggio di quello che mi aspettavo. Si presenta il pianista, e con lui il gioiello: l'esecuzione si coordinerà con un filmato di animazione di Kandinsky, in un esercizio di arte totale. Mi piace l'idea.
I Quadri li conosco bene. Stanno nelle mie dita da quando ero adolescente. La mia povera tecnica non mi permetteva di eseguire Limoges, les Tuileries, il balletto dei pulcini, ma tutto il resto lo sciorinavo anche bene. Tuttora le mie dita ne inseguono gli accordi non appena attacca la promenade.
L'accoppiata di immagini e musica è sconvolgente. Le geometrie di colore di Kandinsky interpretano magnificamente le sbilenche strutture musicali dei Quadri, ne addolciscono le asprezze, e quasi fanno dimenticare la non perfetta serata (e tecnica) di Michail Rudy, il pianista russo che ha recuperato questo filmato di animazione di Kandinsky e ha piegato la sua interpretazione ai tempi dettati dalle immagini (con risultati non sempre all'altezza dal punto di vista musicale, a mio parere).
E' stata però un'esperienza molto interessante per la sua singolarità, anche se di sicuro come pura interpretazione musicale siamo anni luce dal cristallo di Kissin, qui sotto
Terminata l'esecuzione di Rudy, il palco si popola di un organico orchestrale ipertrofico. Prima la Notte su Monte Calvo, e poi la versione orchestrale di Ravel dei Quadri.
Avevo 14 anni. Ero un ragazzetto in vacanza in Francia. Con due miei amici ci ritrovammo in un negozio di dischi, i bei vinili di allora. Uscì fuori quel disco, i quadri diretti da Karajan. Chiedemmo di ascoltarlo: ci fecero sentire la coda dei Quadri, in una sala d'ascolto meravigliosa. Comprai quel disco: credo fosse il mio quarto o quinto disco di musica classica. Ideale per dare emozioni forti.
E domenica, quarant'anni dopo, più o meno, mi sono trovato per la prima volta con l'orchestra dal vivo e questo brano. Trascinante, emozionante, come quando ero ragazzino.
domenica 15 aprile 2012
Ce lo meritiamo
Guidavo l'auto per tornarmene a casa, pensando a cosa avrei raccontato su queste righe del mio sabato diverso dal solito, quando sento la notizia alla radio. E la memoria torna indietro, riavvolgo un lungo nastro, quasi 40 anni.
La fine di maggio 74. Era l'anno degli esami delle medie. Di li a qualche settimana per alcuni dei miei compagni sarebbe stata la fine definitiva degli studi, per qualcun altro il passaggio sancito nell'adolescenza. Anche lassù in valle, sotto l'Adamello, l'estate bussava. Ricordo la luce che entrava dalla parete tutta a finestre della classe. Quelle scuole medie costruite in prefabbricato, le finestre che faticavano ad aprirsi, ma uno stile - oggi lo leggo - estremamente interessante per un edificio scolastico.
Le ultime ore di lezione del ciclo scolastico. Improvvisamente irrompe in classe la preside. Era una donna molto ammirata, sia per la sua capacità, sia per il fatto, non trascurabile, di essere la cugina di Giacomo Agostini, e tutti speravamo che un giorno o l'altro sarebbe comparsa a scuola con il parente che ci avrebbe insegnato ad andare in moto, quelle moto che sognavamo tutti, i 14 anni che spingevano forti.
La preside entra in classe con una radio. La riconosco, è la radio che tiene nell'ufficio di presidenza. Ci dice "è successo un fatto grave, e voi siete grandi a sufficienza per comprenderlo. E' successo nella nostra città, a Brescia. Anche fra i vostri professori c'è qualcuno alla manifestazione".
Accende la radio. Arrivano le notizie. Una bomba. Piazza della Loggia.
Erano anni duri, quelli. Da un lato la strage di piazza Fontana, i tentativi più o meno farseschi di golpe da parte di schegge impazzite delle forze armate (che costituivano pure l'ossatura dei servizi segreti, che provvidero a confondere le acque su qualunque strage fu portata avanti in quegli anni), dall'altra lo scontro sempre più aspro, ideologico, all'interno delle aziende. La rivoluzione marxista-leninista-maoista sembrava reale, a dispetto del linguaggio oscuro, involuto, fatto di slogan e frasi fatte di chi la propugnava. Le BR si stavano lentamente costruendo, cominciando con le azioni di "sindacalismo" violento (sequestri lampo di dirigenti, attentati incendiari ai danni delle auto dei dirigenti Pirelli e Sit-Siemens). Ancora non era cominciata la litania degli omicidi politici, ma proprio qualche giorno prima avevano sequestrato il giovane giudice Sossi. Due anni prima la storiaccia brutta dell'omicidio Calabresi.
In quest'aria pesante, da tempesta imminente, una manifestazione sindacale a Brescia. Tante persone, dai paesi della valle, scesero in città a parteciparvi. L'esplosione. I morti.
I depistaggi, come a piazza Fontana, come per l'Italicus, come per Bologna sei anni dopo. Morti senza giustizia.
Ieri la sentenza d'appello (che numero? come per piazza Fontana, il numero di processi è infinito). Gli imputati assolti. Tutti. Anche quelli che scapparono in Giappone e la vissero sicuri (Zorzi). Ma la beffa è la condanna delle parti civili al risarcimento delle spese processuali.
Colpiti. Vittime, ed ora sputati in faccia da uno stato che, oltre a non essere stato capace di arrivare ad una verità processuale, abiura al suo compito di far chiarezza su comportamenti a dir poco incomprensibili di organi dello stato, e si accanisce contro chi ha pagato sulla propria esistenza.
C'è da vergognarsi, ma a quanto pare nessuno si danna per questo. Significa che ce lo meritiamo.
La fine di maggio 74. Era l'anno degli esami delle medie. Di li a qualche settimana per alcuni dei miei compagni sarebbe stata la fine definitiva degli studi, per qualcun altro il passaggio sancito nell'adolescenza. Anche lassù in valle, sotto l'Adamello, l'estate bussava. Ricordo la luce che entrava dalla parete tutta a finestre della classe. Quelle scuole medie costruite in prefabbricato, le finestre che faticavano ad aprirsi, ma uno stile - oggi lo leggo - estremamente interessante per un edificio scolastico.
Le ultime ore di lezione del ciclo scolastico. Improvvisamente irrompe in classe la preside. Era una donna molto ammirata, sia per la sua capacità, sia per il fatto, non trascurabile, di essere la cugina di Giacomo Agostini, e tutti speravamo che un giorno o l'altro sarebbe comparsa a scuola con il parente che ci avrebbe insegnato ad andare in moto, quelle moto che sognavamo tutti, i 14 anni che spingevano forti.
La preside entra in classe con una radio. La riconosco, è la radio che tiene nell'ufficio di presidenza. Ci dice "è successo un fatto grave, e voi siete grandi a sufficienza per comprenderlo. E' successo nella nostra città, a Brescia. Anche fra i vostri professori c'è qualcuno alla manifestazione".
Accende la radio. Arrivano le notizie. Una bomba. Piazza della Loggia.
Erano anni duri, quelli. Da un lato la strage di piazza Fontana, i tentativi più o meno farseschi di golpe da parte di schegge impazzite delle forze armate (che costituivano pure l'ossatura dei servizi segreti, che provvidero a confondere le acque su qualunque strage fu portata avanti in quegli anni), dall'altra lo scontro sempre più aspro, ideologico, all'interno delle aziende. La rivoluzione marxista-leninista-maoista sembrava reale, a dispetto del linguaggio oscuro, involuto, fatto di slogan e frasi fatte di chi la propugnava. Le BR si stavano lentamente costruendo, cominciando con le azioni di "sindacalismo" violento (sequestri lampo di dirigenti, attentati incendiari ai danni delle auto dei dirigenti Pirelli e Sit-Siemens). Ancora non era cominciata la litania degli omicidi politici, ma proprio qualche giorno prima avevano sequestrato il giovane giudice Sossi. Due anni prima la storiaccia brutta dell'omicidio Calabresi.
In quest'aria pesante, da tempesta imminente, una manifestazione sindacale a Brescia. Tante persone, dai paesi della valle, scesero in città a parteciparvi. L'esplosione. I morti.
I depistaggi, come a piazza Fontana, come per l'Italicus, come per Bologna sei anni dopo. Morti senza giustizia.
Ieri la sentenza d'appello (che numero? come per piazza Fontana, il numero di processi è infinito). Gli imputati assolti. Tutti. Anche quelli che scapparono in Giappone e la vissero sicuri (Zorzi). Ma la beffa è la condanna delle parti civili al risarcimento delle spese processuali.
Colpiti. Vittime, ed ora sputati in faccia da uno stato che, oltre a non essere stato capace di arrivare ad una verità processuale, abiura al suo compito di far chiarezza su comportamenti a dir poco incomprensibili di organi dello stato, e si accanisce contro chi ha pagato sulla propria esistenza.
C'è da vergognarsi, ma a quanto pare nessuno si danna per questo. Significa che ce lo meritiamo.
mercoledì 11 aprile 2012
Pioggia primaverile
Squarcio nel cielo. Rade gocce di pioggia grosse come uova di quaglia. Il raggio di sole che contrasta con il cielo nero.
Soprabito verde salvia aperto, l'aria mite dentro. L'odore della terra bagnata, del fango del torrente ingrossato.
Cammino tranquillo. Le macchie d'acqua sull'azzurro della camicia mi fanno sorridere.
Tutto scorre.
Soprabito verde salvia aperto, l'aria mite dentro. L'odore della terra bagnata, del fango del torrente ingrossato.
Cammino tranquillo. Le macchie d'acqua sull'azzurro della camicia mi fanno sorridere.
Tutto scorre.
martedì 10 aprile 2012
L'Aquila per me
Quattro o cinque anni fa mi capitava spesso di andare all'Aquila per lavoro. Ricordo una città che viveva il ricordo di una pioggia di facilitazioni statali che avevano consentito, negli anni 70 ed 80, di far partire in quell'area una primavera da silicon valley, da polo elettronico.
Le grandi aziende, le multinazionali, attratte dalle condizioni fiscali favorevoli, dalla presenza di un'università piccola ma efficiente, avevano investito, creato poli di ricerca e produttivi. Lavoratori capaci e volonterosi avevano fatto la differenza: conoscevo bene il carattere, la voglia di lavorare di tante persone, tanti clienti di quell'area.
A partire dagli anni 90 però cominciò il declino, prima appena accennato, poi sempre più precipitoso. Le grandi aziende si svincolavano dall'area, lasciando aperte crepe sempre più profonde nel tessuto economico. Enormi stabilimenti smembrati e ceduti con procedure abbastanza torbide (il caso Italtel-Finmek è uno degli esempi, nel quale centinaia di lavoratori molto qualificati - la più avanzata fabbrica di schede elettroniche d'Europa - sono stati prima esodati, ed ora fregati dal cambio in corsa delle regole), persone estremamente qualificate private di ogni possibilità di utilizzare la loro specializzazione e messi di fronte alla prospettiva di migrare (per dove?) oppure inventarsi qualcos'altro per campare la vita.
Dicevo, tempo fa andavo spesso all'Aquila. Alloggiavo in un albergo, l'hotel Sole, giusto alle spalle di corso Vittorio Emanuele. Un palazzo antico, un'atmosfera accogliente. Uscivi a piedi e in due passi eri nel pieno della vita della città universitaria, locali dove potevi mangiare, ascoltar musica, divertirti. Da una stanza all'ultimo piano, una sera, discussi su Schicksalslied con una donna che sarebbe diventata molto importante per me.
L'albergo aveva un ristorante molto curato, una cantina fornitissima, e il maitre, un ragazzo giovane, amava dialogare con gli avventori. Imparò presto il mio nome, mi sentivo accolto come un amico. Una sera arrivai tardissimo a cena, ero stanco. Non c'era nessuno nel ristorante, così si fermò a parlare con me. Quando fu il momento di scegliere il vino, gli dissi che per quella sera ritenevo inutile una bottiglia intera, perché ero stanco e non avrei bevuto che un bicchiere. Lui allora mi disse: "senta, se non si offende, le farei una proposta: oggi a mezzogiorno son venuti dei clienti che hanno chiesto una bottiglia di Tignanello, e ne hanno bevuta solo metà. Noi la si userebbe per cucinare, ma è veramente uno spreco usare un nettare di questo genere... La vuole?". Per chi non lo sapesse, il Tignanello è un supertuscany estremamente costoso (e straordinario). Gli risposi di si, a patto che prendesse un bicchiere anche lui, si sedesse con me al tavolo, e si fermasse a chiacchierare, visto che il ristorante era deserto.
Così, quella che sarebbe stata l'ennesima cena solitaria della mia vita, si trasformò in un bellissimo colloquio con un giovane che cominciava la sua carriera da maitre d'hotel, vagando qui e la per l'europa.
Da tre anni quell'albergo è inagibile, chiuso nella zona deserta della città. Non so se sia rimasto lesionato, di sicuro è chiuso. Spero che di tutti coloro che lavoravano la dentro nessuno si sia fatto del male. Ma anche quell'albergo è diventato l'icona di una città che muore.
Le grandi aziende, le multinazionali, attratte dalle condizioni fiscali favorevoli, dalla presenza di un'università piccola ma efficiente, avevano investito, creato poli di ricerca e produttivi. Lavoratori capaci e volonterosi avevano fatto la differenza: conoscevo bene il carattere, la voglia di lavorare di tante persone, tanti clienti di quell'area.
A partire dagli anni 90 però cominciò il declino, prima appena accennato, poi sempre più precipitoso. Le grandi aziende si svincolavano dall'area, lasciando aperte crepe sempre più profonde nel tessuto economico. Enormi stabilimenti smembrati e ceduti con procedure abbastanza torbide (il caso Italtel-Finmek è uno degli esempi, nel quale centinaia di lavoratori molto qualificati - la più avanzata fabbrica di schede elettroniche d'Europa - sono stati prima esodati, ed ora fregati dal cambio in corsa delle regole), persone estremamente qualificate private di ogni possibilità di utilizzare la loro specializzazione e messi di fronte alla prospettiva di migrare (per dove?) oppure inventarsi qualcos'altro per campare la vita.
Dicevo, tempo fa andavo spesso all'Aquila. Alloggiavo in un albergo, l'hotel Sole, giusto alle spalle di corso Vittorio Emanuele. Un palazzo antico, un'atmosfera accogliente. Uscivi a piedi e in due passi eri nel pieno della vita della città universitaria, locali dove potevi mangiare, ascoltar musica, divertirti. Da una stanza all'ultimo piano, una sera, discussi su Schicksalslied con una donna che sarebbe diventata molto importante per me.
L'albergo aveva un ristorante molto curato, una cantina fornitissima, e il maitre, un ragazzo giovane, amava dialogare con gli avventori. Imparò presto il mio nome, mi sentivo accolto come un amico. Una sera arrivai tardissimo a cena, ero stanco. Non c'era nessuno nel ristorante, così si fermò a parlare con me. Quando fu il momento di scegliere il vino, gli dissi che per quella sera ritenevo inutile una bottiglia intera, perché ero stanco e non avrei bevuto che un bicchiere. Lui allora mi disse: "senta, se non si offende, le farei una proposta: oggi a mezzogiorno son venuti dei clienti che hanno chiesto una bottiglia di Tignanello, e ne hanno bevuta solo metà. Noi la si userebbe per cucinare, ma è veramente uno spreco usare un nettare di questo genere... La vuole?". Per chi non lo sapesse, il Tignanello è un supertuscany estremamente costoso (e straordinario). Gli risposi di si, a patto che prendesse un bicchiere anche lui, si sedesse con me al tavolo, e si fermasse a chiacchierare, visto che il ristorante era deserto.
Così, quella che sarebbe stata l'ennesima cena solitaria della mia vita, si trasformò in un bellissimo colloquio con un giovane che cominciava la sua carriera da maitre d'hotel, vagando qui e la per l'europa.
Da tre anni quell'albergo è inagibile, chiuso nella zona deserta della città. Non so se sia rimasto lesionato, di sicuro è chiuso. Spero che di tutti coloro che lavoravano la dentro nessuno si sia fatto del male. Ma anche quell'albergo è diventato l'icona di una città che muore.
venerdì 6 aprile 2012
Venerdì di passione
L'olio che profuma di sandalo, d'oriente, scivola tiepido sulle mie gambe. Le sue mani scorrono, sapienti, lungo i miei muscoli. Osservo la stanza, bianca, la musica di sottofondo mi sorregge dolcemente.
Adagio adagio mi rilasso. Le mani non forzano, quasi fossero carezze che seguono la mia anatomia. Gli occhi si chiudono, e immagino il relax, lo visualizzo.
Vedo abbandonarmi le tensioni mentre mi fa passare le vertebre ad una ad una. Le vedo uscire dal corpo, il lavoro rivestito con un lugubre abito nero, le bollette saltellanti, i clienti con le espressioni più orrende. Poi vedo altro, vedo le donne della mia vita andarsene ad una ad una. Sembra un corteo funebre, e la cosa non mi disturba.
Sto forse morendo? Oppure più banalmente mi sto addormentando? Si, in realtà il relax è totale, sono riuscito a rilassarmi profondamente, la mia muscolatura è distesa, non contratta.
Che strano, penso. Quanti legami simbolici in questo rilassamento. Il massaggiatore che mi richiama un ricordo amaro; il massaggio e la sauna che mi ricorda un altro massaggio ed un'altra sauna che non saranno mai. Il silenzio rotto dalla musica pseudogiapponese che si collega ad altri silenzi, che percorrono la mia vita.
E piano piano le tossine, fisiche e psicologiche, escono da me. Il caldo secco della sauna mi avvolge. La vasca di reazione mi risveglia. Mi sento come se non fosse stato il venerdì di passione.
Adagio adagio mi rilasso. Le mani non forzano, quasi fossero carezze che seguono la mia anatomia. Gli occhi si chiudono, e immagino il relax, lo visualizzo.
Vedo abbandonarmi le tensioni mentre mi fa passare le vertebre ad una ad una. Le vedo uscire dal corpo, il lavoro rivestito con un lugubre abito nero, le bollette saltellanti, i clienti con le espressioni più orrende. Poi vedo altro, vedo le donne della mia vita andarsene ad una ad una. Sembra un corteo funebre, e la cosa non mi disturba.
Sto forse morendo? Oppure più banalmente mi sto addormentando? Si, in realtà il relax è totale, sono riuscito a rilassarmi profondamente, la mia muscolatura è distesa, non contratta.
Che strano, penso. Quanti legami simbolici in questo rilassamento. Il massaggiatore che mi richiama un ricordo amaro; il massaggio e la sauna che mi ricorda un altro massaggio ed un'altra sauna che non saranno mai. Il silenzio rotto dalla musica pseudogiapponese che si collega ad altri silenzi, che percorrono la mia vita.
E piano piano le tossine, fisiche e psicologiche, escono da me. Il caldo secco della sauna mi avvolge. La vasca di reazione mi risveglia. Mi sento come se non fosse stato il venerdì di passione.
domenica 1 aprile 2012
Arrivare all'essenziale
Oggi sono stato in Scala, a sentire la sinfonia 41 di Mozart e la 1 di Brahms dirette da Eschenbach. Mi fa sempre effetto vedere Eschenbach oggi, ho presente una sua foto su di un disco che acquistai più di trent'anni fa, folta chioma, sguardo penetrante, il classico bell'uomo. Oggi Eschenbach ha 70 anni, completamente calvo, ma lo sguardo magnetico gli è rimasto.
La sua direzione oggi si è caratterizzata dalla ricerca quasi ossessiva della nitidezza dei temi musicali, alla ricerca dell'essenziale. L'effetto è stato, a mio avviso, meraviglioso sulla Jupiter dove, oltre a molteplici trovate espressive, l'evidenza data al rincorrersi dei temi, alla pulizia dell'esecuzione, al richiamo continuo del filo conduttore ha esaltato la leggibilità dell'opera.
Discorso diverso per la sinfonia di Brahms. Il metodo è stato lo stesso, ma il risultato non è stato altrettanto esaltante, forse perché in Brahms la struttura è fortemente legata al metodo espressivo, e alterando la prima si modifica pesantemente anche il secondo.
Nel complesso, però, un concerto da ricordare. E un direttore che sicuramente val la pena di ascoltare....
La sua direzione oggi si è caratterizzata dalla ricerca quasi ossessiva della nitidezza dei temi musicali, alla ricerca dell'essenziale. L'effetto è stato, a mio avviso, meraviglioso sulla Jupiter dove, oltre a molteplici trovate espressive, l'evidenza data al rincorrersi dei temi, alla pulizia dell'esecuzione, al richiamo continuo del filo conduttore ha esaltato la leggibilità dell'opera.
Discorso diverso per la sinfonia di Brahms. Il metodo è stato lo stesso, ma il risultato non è stato altrettanto esaltante, forse perché in Brahms la struttura è fortemente legata al metodo espressivo, e alterando la prima si modifica pesantemente anche il secondo.
Nel complesso, però, un concerto da ricordare. E un direttore che sicuramente val la pena di ascoltare....
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